Ho sempre rimandato queste righe che pur sentivo di dovere a chi per me ha contato e conta ancora tanto. Sarebbe riduttivo definire Fabrizio De Andrè il mio cantante preferito quando da anni rappresenta per me un maestro, mai un idolo, semmai un artista vero, di quelli che sanno scolpirti nell’anima qualcosa che rimane a dispetto del tempo e della morte.
La buona novella che risale al 1970 non è il più famoso album di De Andrè, se l’ho scelto non è quindi in base alla popolarità dei brani contenuti, quanto per una questione puramente affettiva e di gusto personale. Belle le musiche con influenze etniche, splendide le parole che compongono testi di una raffinatezza difficile da trovare altrove. Si tratta di un concept album ovvero di un insieme di canzoni legate da un filo comune, in questo caso i vangeli apocrifi, quelle scritture “non ufficiali”, che ci hanno tramandato diversi particolari riguardanti soprattutto la vita di Maria e di Giuseppe. E sono proprio le figure di Maria e di Giuseppe quelle che più brillano in questo lavoro: Fabrizio le spoglia della loro divinità; non ci appaiono più eterei e inconsistenti come solitamente li ritroviamo nell’iconografia classica. I loro ritratti sono quelli di un uomo e di una donna che vivono, che soffrono ed è proprio il loro dubbio, il loro dolore ad essere celebrato in modo tale da farceli sembrare vicini e degni di rispetto.
Ripercorriamo soprattutto la vita di Maria, la sua infanzia passata nel tempio dove fu consegnata ad appena tre anni nelle mani dei sacerdoti, l’assurdità della sua cacciata una volta diventata donna: “fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso”, il suo essere data in sposa senza la sua volontà, diventata merce su cui tanti, troppi occhi sono puntati: “del corpo di una vergine si fa lotteria”.
è Giuseppe, “falegname per forza, padre per professione” ad essere scelto come sposo, un uomo vecchio per cui Maria è poco più di una bambina.
Starà lontano un anno dalla sua sposa-bambina e al suo ritorno sarà forte la sorpresa nel ritrovarla incinta. De Andrè ci descrive in maniera eccellente il passaggio dallo smarrimento per la sensazione di essere stato ingannato, al sentimento di pietà che si scioglie in una carezza.
Il racconto di Maria è quello di un sogno, viaggio visionario e dolcissimo in compagnia di un angelo che le darà un compito troppo grande per la sua fragile umanità; sogno e realtà si confondono, il sogno trasfigura la realtà:
Poi vidi l’angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra
le loro braccia profili di rami
nei gesti immobili d’un’altra vita
foglie le mani, spine le dita.
Il punto più alto dell’album viene raggiunto con Tre madri, un capolavoro. La teatralità è un elemento costante di tutto l’album, qui lo è però in maniera più evidente. Tre voci diverse, tre donne che cantano il loro dolore per i figli sulle croci: Gesù insieme ai due ladri Dimaco e Tito. Da brividi è la rappresentazione dello strazio di Maria alla quale vengono rimproverate troppe lacrime per un figlio che in fondo risorgerà perché figlio di Dio. (“lascia noi piangere un po’ più forte chi non risorgerà più dalla morte”). Ma il dolore di Maria è il medesimo della altre due madri; si avverte e inevitabilmente commuove la nostalgia per una vita normale che le avrebbe impedito una perdita così atroce.
Il suo dolore, così umano, ci appare vestito proprio per questo, di sacralità:
“Piango di lui ciò che mi è tolto
le braccia magre, la fronte, il volto
Ogni sua vita che vive ancora
e che vedo spegnersi ora per ora…
Figlio nel sangue,
figlio nel cuore…
E chi ti chiama Nostro Signore
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso
Per me sei figlio, vita morente
ti portò cieco questo mio ventre
Come nel grembo e adesso in croce
ti chiama amore questa mia voce
Non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio..”
Il testamento di Tito è il brano più celebre dell’album; i dieci comandamenti vengono smontati uno a uno da Tito, il ladro morto sulla croce insieme a Gesù. Nonostante il pezzo risalga al 1970, riesce a mantenere tutta la sua forza e il suo messaggio provocatorio, blasfemo e profondamente vero: si tratta di un’acuta e a tratti ironica denuncia a una società ipocrita, classista, spietata:
“Il settimo dice "non ammazzare se del cielo vuoi essere degno",
guardatela oggi questa legge di Dio tre volte inchiodata nel legno.
Guardate la fine di quel Nazzareno e un ladro non muore di meno!”
E nonostante una vita passata ai margini è proprio il ladrone Tito a riuscire in punto di morte a racchiudere nelle sue ultime parole il messaggio di Gesù “ama il prossimo tuo”:
“Ma adesso che viene la sera ed il buio, mi toglie il dolore dagli occhi.
E scivola il sole al di la' delle dune a violentare altre notti:
io nel vedere quest'uomo che muore, madre io provo dolore;
nella pieta' che non cede al rancore, madre ho imparato l'amore”
Se l’album si apre su un una lode al signore, è con una lode all’uomo che si chiude. Il primo ascolto di Laudate Hominem è stata una folgorazione. Ritrovavo in poesia, in concetti chiari, tutto ciò che anch’io credevo e che non avrei saputo esprimere. Ciò che dovremmo lodare e ricordare sempre, di quel grande rivoluzionario che è stato Gesù è il suo essere umano, solo così è possibile far nostro il suo pensiero in una volontà autentica di pace, perdono e amore. “Perché non si imita in vita un Dio, un Dio va temuto e lodato; Laudate Hominem! Laudate Hominem!
