Monday, September 14th, 2009

Tour di Pippo Pollina in Italia con l'orchestra di Zurigo

Se vi piace la buona musica d'autore fidatevi e cercate di andarlo a vedere.
E'un tour molto particolare, con la presenza di un'orchestra, quella del conservatorio di Zurigo, composta da 75 elementi. Da non perdere!!!



Le date:

Venerdì 2 ottobre – LOCARNO (CH)
Palazzetto Fevi
Info e prenotazioni: info@pippopollina.com

Sabato 3 ottobre - GENOVA (I)
Teatro Archivolto
Info e prenotazioni: mirella@storiedinote.com

Domenica 4 ottobre - ASTI (I)
Teatro Alfieri
Info e prenotazioni: mirella@storiedinote.com

Giovedì 8 ottobre - PALERMO (I)
Teatro Franco Zappalà
Info e prenotazioni: mirella@storiedinote.com

Venerdì 9 ottobre - CATANIA (I)
Teatro Le Ciminiere
Info e prenotazioni: mirella@storiedinote.com

Sabato 10 ottobre - ACIREALE (I)
Teatro Stabile Maugeri
Info e prenotazioni: mirella@storiedinote.com

Lunedì 12 ottobre – ABRUZZO (I)
Teatro da stabilire
Info e prenotazioni: mirella@storiedinote.com

Mercoledì 14 ottobre - FERMO (I)
Teatro dell'Aquila
Info e prenotazioni: mirella@storiedinote.com

Giovedì 15 ottobre - FIRENZE (I)
Teatro Saschall
Info: mirella@storiedinote.com
Prenotazioni: www.sachall.it – www.ticketone.it - www.boxofficetoscana.it

Venerdì 16 ottobre - ORVIETO (I)
Teatro Mancinelli
Info e prenotazioni: mirella@storiedinote.com

Sabato 17 ottobre –Riva del Garda
Auditorium S. Giuseppe
Info e prenotazioni: mirella@storiedinote.com
(7 comments | Leave a comment)

Sunday, January 11th, 2009

11 gennaio 1999

Sono passati dieci anni e c'è un gran parlare di te. Chissà poi se così sincero da parte di tutti.
Sono passati amori, amicizie, gioie e piccoli e grandi drammi. Una delle poche costanti nella mia vita rimane la tua musica e il grande rispetto che ho per quelle perle di canzoni che mi hai lasciato.
Vorrei ricordarti con un brano che non è tra i tuoi più conosciuti, ma che è oggi, ahimè così tremendamente attuale.
Si chiama Sidun.
Ciao, Faber.



(per chi volesse: nel video su youtube è possibile attivare i sottotitoli con l'opzione in basso a destra...Il genovese non è proprio un dialetto semplicissimo ^^')
(8 comments | Leave a comment)

Tuesday, May 13th, 2008

Se mi tagga la Beabea...

Mi tocca fare il meme! :P

Rules
List seven songs you are into right now. No matter what the genre, whether they have words, or even if they're not any good, but they must be songs you're really enjoying now, shaping your spring. Post these instructions in your LJ along with your 7 songs. Then tag 7 other people to see what they're listening.

1- Il solito sesso, Max Gazzè:
Presentata al festival di Sanremo, è stato l'unico brano che ho gradito tra quelli in gara. Originale e romantica senza essere stucchevole, la adoro!

"Chiuderò la curva dell’arcobaleno
per immaginarlo come la tua corona,
e con la riga dell’orizzonte in cielo
ci farò un bracciale di regina…
ma se solo potessi un giorno
vendere il mondo intero
in cambio del tuo amore vero!
Sai, qualcosa tipo -cielo in una stanza-
è quello che ho provato prima in tua presenza…
dicono che gli angeli amano in silenzio,
ed io nel tuo mi sono disperatamente perso.
Sento che respiri forte in questa cornetta…
maledetta, mi separa dalla tua bocca..."


Per le altre canzoni...Per di qua! )
(17 comments | Leave a comment)

Monday, March 3rd, 2008

Consigli dalla regia

Sabato ho visto Persepolis.
Fidatevi di me e andate a vedervi questo gioiellino che fa ridere, piangere, pensare ed emozionare.
Si tratta della trasposizione piuttosto fedele del fumetto di cui avevo parlato qua:

http://remedios79.livejournal.com/567.html



In questo periodo mi commuovo facilmente.
E oltre ad aver pianto come una fontana per Persepolis, mi sono commossa per questo brano del mio adorato Pippo...Si tratta di una canzone tratta dal suo spettacolo Ultimo volo, un'opera fatta di musica e parole incentrata sulla tragedia di Ustica.

Canzone quarta

Na stizza di munnu ti vulissi dari
dintra li negghi di stu celu anticu
nu ciavuru tunnu di sti mani ranni
dintra li vogghi di stu viddicu.

E chianciu sinza sapiri nenti
e nenti vogghiu sapiri
sulu li to occhi mi ponnu taliari
sulu li to pinseri mi ponnu tuccari.

Na stizza di ventu mi catamia lu cori
che è petra di nivura lava
n’anticchia di suli m’arruspigghia la peddi
e mi quaria li razza li manu lu coddu.

Amuri lu sai che lu tempu è un cavaddu
biancu di ciuri di razza patruna
Amuri lu sai ca lu tempu pirdutu
è russu di sangu e nun pirduna.

Amuri lu sai che lu tempu è na stidda
c’è cu lu chianci c’è cu l’addisia
e c’è cu lu perdi jucanna e s’annaca
io lu me tempu lu dugnu a tia.

(Pippo Pollina)

(15 comments | Leave a comment)

Saturday, February 9th, 2008

Grazie!!

Incredibile, ma vero...Nonostante la cartella sembrasse irrimediabilmente cancellata, il mio amico (accorso subito in mio aiuto) è riuscito a recuperare tutto con l'uso di un programma.
Colgo quindi l'occasione per ringraziare l'ingegnereangelocustode, tutti quelli che mi hanno commentato ieri e chi mi è stato vicino in altri modi. Non era scontato tutto questo affetto per una questione che esternamente doveva apparire parecchio futile. Insomma, bello.

In questo periodo, soprattutto se sono di malumore, ascolto un sacco di musica... Stamattina mi sono commossa per questa qui:

Roberto Vecchioni - Canzone Per Alda Merini

Noi qui dentro si vive in un lungo letargo,
si vive afferrandosi a qualunque sguardo,
contandosi i pezzi lasciati là fuori,
che sono i suoi lividi, che sono i miei fiori.

Io non scrivo più niente, mi legano i polsi,
ora l'unico tempo è nel tempo che colsi:
qui dentro il dolore è un ospite usuale,
ma l'amore che manca è l'amore che fa male.

Ogni uomo della vita mia
era il verso di una poesia
perduto, straziato,
raccolto, abbracciato

Ogni amore della vita mia
ogni amore della vita mia
è cielo e voragine,
è terra che mangio
per vivere ancora.

Dalla casa dei pazzi, da una nebbia lontana,
com'è dolce il ricordo di Dino Campana;
perché basta anche un niente per esser felici,
basta vivere come le cose che dici,
e dividerti in tutti gli amori che hai
per non perderti, perderti, perderti mai.

Cosa non si fa per vivere,
cosa non si dà per vivere,
guarda! Io sto vivendo

Cosa mi è costato vivere?
Cosa l'ho pagato vivere?
Figli, colpi di vento...

La mia bocca vuole vivere!
La mia mano vuole vivere!
Ora, in questo momento!

Il mio corpo vuole vivere!
La mia vita vuole vivere!
Amo, ti amo, ti sento!

Ogni uomo della vita mia
era il verso di una poesia
buttata, stracciata,
raccolta, abbracciata

Questo amore della vita mia,
ogni amore della vita mia,
è cielo e voragine,
è terra che mangio
per vivere ancora
(15 comments | Leave a comment)

Friday, October 19th, 2007

Evvai!



Da questa parte del mare, Gianmaria Testa: Targa Tenco per il miglior album!
(8 comments | Leave a comment)

Thursday, July 19th, 2007

14 luglio 2007, Concerto di Roberto Vecchioni a Firenze

La location non è tra le più raffinate: si tratta di uno spiazzo all'interno della festa dell'unità di Firenze che ovviamente non offre un'acustica da anfiteatro.
Il concerto comincia con un po'di ritardo...Fortuna che sono in compagnia delle mie amiche e il tempo passa piacevolmente tra una chiacchiera e l'altra.
E poi.
Fuori scena lo si comincia a sentir cantare... Vaudeville! Non ci poteva essere miglior inizio, un pezzo ironico, che risale a quello che io considero il periodo d'oro di Vecchioni.
Una volta sul palco è il turno di Samarcanda, brano che tutti conoscono e che risulta quasi d'obbligo per la scaletta.
Una scaletta che ripercorre molte vecchie chicche, in netta maggioranza (per fortuna) rispetto ai brani nuovi che sono comunque ben scelti...
Questo concerto è dedicato "agli altri", ci dice Roberto. Gli altri che sono gli amici, gli amori, i ragazzi... Si sofferma a riflettere su come l'amicizia sia per lui un sentimento più alto dell'amore, di come rispetto all'altro abbia bisogno di una reciprocità. Si può anche essere da soli ad amare, si è sempre in due quando si parla di amicizia. E qui parte Tommy, uno dei brani più struggenti, dolorosi e belli di tutta la sua carriera: è la storia vera di un amico di Roberto, che se ne è andato in uno dei modi peggiori, uccidendosi in seguito a una brutta depressione. Il brano è una preghiera e Vecchioni la canta ancora come se fosse la prima volta:

"Fa che sia una notte breve.
Fa che l'inverno gli sia lieve
E quando poi sarà il momento
digli che io c'ero e non ho fatto in tempo.
Dagli un attimo di madre
contro i tuoi regolamenti
fallo, tanto chi ti vede
toglilo dai miei che ne ho già avuti tanti."



Vecchioni chiacchiera molto con il suo pubblico e le sue divagazioni sono piacevoli ed esilaranti: si sofferma ad esempio a parlare di corna per presentare "Alighieri", di quanto ci si autoinganni in amore, di quante bugie ci si racconti. "Per esempio quando la mia donna mi tradiva mi pareva del tutto normale che un altro uomo se ne uscisse ogni tanto dal mio armadio".

Parla di donne, di quanto una sua celeberrima canzone abbia infuocato le polemiche. Ho ancora un rapporto poco felice con "Voglio una donna". Ricordo che quando la sentii dal vivo, più di dieci anni fa mi rifiutai di canticchiarla in coro o di applaudirla. Mi pareva che quel brano cozzasse molto con il mio animo di giovane femminista e non riuscivo a capire come potesse essere che chi la intonasse fosse lo stesso uomo de "Il cielo capovolto" o "L'amore mio", brani che sembrano scritti da una donna per la loro vicinanza magica alla sensibilità femminile. Con il tempo ne ho compreso l'intento provocatorio e ciò che di buono c'è nella canzone: la difesa del femminino, la polemica verso l'imitazione, da parte di una donna, degli aspetti più meschini del mondo maschile. Resta fermo che il modo aggressivo con cui lo si dice e la presenza di alcuni discutibili versi ("prendila te quella col cervello" "voglio una donna mi basta che non legga Freud") non me la fa ancora amare. Preferisco ancora il Vecchioni de Il cielo capovolto.



L'unico brano che non riconosco è Tango di rango, canzone contenuta in uno degli album che ha avuto il minor successo di critica e di pubblico, il Malindi Rotary Club. Il brano ha la curiosa caratteristica di catalogare tutti i peggiori difetti di Vecchioni. Se il brano non rientra tra i migliori della sua carriera, è comunque specchio di una delle peculiarità che più mi fa amare questo artista: la capacità di denudarsi, di raccontare le proprie debolezze senza vergogna, ma anzi con orgoglio perchè indice di sensibilità.

Le canzoni di Roberto raccontano le sue lacrime, spesso trasfigurando se stesso in altri personaggi noti: uno dei momenti più alti del concerto è stata l'interpretazione de Le lettere d'amore, delicatissimo ritratto di Fernando Pessoa. L'esibizione è minimalista e raffinata: solo voce e chitarra, ma una voce che emoziona, un testo che mette i brividi e una chitarra sola, ma di bravissimo musicista.

E poi si racconta l'amore incondizionato di un genitore per il proprio figlio: quello autobiografico di Figlia:
"Vorranno
la foto col sorriso deficiente,
diranno:
-non ti agitare, che non serve a niente-,
e invece tu grida forte,
la vita contro la morte"

E la storia tenera e drammatica di Celia De La Cerna, la madre di Che Guevara, raccontata attraverso le commoventi lettere che i due si spedivano:

"Tu sei il mio canto,
la mia memoria,
non c'è nient'altro
nella mia storia,
a volte sai, mi sembra di sentire
la "poderosa" accesa nel cortile:
e guardo fuori: "Fuser, Fuser è ritornato!",
e guardo fuori e c'è solo il prato.

O madre, madre
se sapessi che dolore!
Non è quel mondo che mi cantavi tu:
tu guarda fuori,
tu guarda fuori sempre,
e spera sempre
di non vedermi mai;
sarò quel figlio
che ami veramente,
soltanto e solo
finchè non mi vedrai."



E tutto il concerto, così difficile da raccontare, passa così: con l'eleganza di testi profondi, ma la semplicità di chi non ha bisogno di effetti speciali. E sì, quest'uomo trasuda vanità da tutti i pori. Ma glielo si perdona, per l'ironia e la cultura, per la capacità di emozionarsi e di emozionare ancora.



Le canzoni in scaletta, in ordine sparso:

Vaudeville
Samarcanda
Luci a San Siro
Alighieri
Velasquez
Figlia
Canzone per Sergio
Stranamore
La mia ragazza
Milady
Gli anni
Tommy
Voglio una donna
Le mie ragazze
Le lettere d'amore
El bandolero stanco
Celia de La Cerna
Sogna ragazzo sogna
Vincent
La bellezza
Viola d'inverno
Tango di rango
(19 comments | Leave a comment)

Friday, May 25th, 2007

Perchè non mi fido di Wikipedia...

Ieri sera cercando la data di un album di Roberto Vecchioni ("Bei tempi") mi soffermo a leggere la recensione pubblicata su wikipedia e...trovo l'ennesimo sfondone che mi conferma quanto sia cosa buona e giusta prendere con le pinze ciò che ci propina questa "enciclopedia". La frase incriminata riguarda il brano Millenovantanove, una canzone di cui mi sono innamorata e che è una di quelle perle la cui gioia per la scoperta è ancora più evidenziata dal fatto che le si trova per caso, sbirciando nei vecchi album. Adoro scoprire questi piccoli tesori che hanno la valenza artistica di Milady o Samarcanda, ma non la medesima fortuna. Ma non divaghiamo. Il tizio che scriveva su wikipedia sostiene che il brano racconti di "due amici al tempo delle crociate o meglio il pensiero di uno dei due amici che al ritorno dalla guerra riprovera (sic) all'altro di aver scordato l'amicizia che li legava"
L'amicizia????????? Vecchioni racconta palesemente un amore omosessuale. E lo fa con la grazia dei suoi momenti migliori. C'è tanto in questo brano... Nostalgia, tristezza, tenerezza, passione, amore, rabbia.
E il tizio parla di amicizia. Bah.


Gaston E Astolfo (La Vera Storia Di).

E quando so' partiti li crociati
con mille e mille e mille bei vestiti
Gaston francese e Astolfo l'italiano
s'innamoraro d'un amore amaro
s'innamoraro d'un amore amaro...

E so'passati gli anni e so' tornati,
Astolfo la sua donna s'è sposato
e di Gerusalemme s'è scordato ...
di Gaston de la Seine
non si seppe plus rien

MILLENOVANTANOVE


Il male del ritorno Astolfo
è questo non trovarsi più,
percorrere gli spalti fino all'alba
senza sonno, su e giù...
Non sentire una voce
se non l'eco nella sala d'armi
e chiedersi i ritratti sul muro
cosa avranno da guardarmi
Il male non è stare senza donne,
di puttane ne ho da non poterne più...
Il male è quella finestra
dove dietro c'è la donna che eri tu,
il giorno che mi vestivi e dicevi
"la guerra non è un fatto tuo"
e il giorno che mi insegnavi
"Gerusalemme la prendiamo per Dio"

per Dio...
per Dio...
No, è perché lo voglio io
Amore, amore, amore, amore mio
per Dio...
per Dio...
ma la sera ti baciavo io
amore, amore, amore, amore mio

Se devo credere ai mercanti di Fiandra
stai con quella che ride di più
Tiri di spada con la tua ombra
e sei felice, va beh o suppergiù...
Chissà se stai scrivendo ancora poesia,
chissà con che sorriso le dici anima mia...
Gaston è vecchio, Gaston è sempre bello
beve ogni sera quanto vale il tuo cuore,
Gaston ricorda tutto, ogni duello
e i nemici e le tue ferite, amore...
E ricorda parole che il vento era una brezza
e la prima volta che ti ha dato una carezza

E Dio
e Dio
Quella tua storia insieme a Dio
amore, amore, amore, amore mio
e Dio
e Dio
Va bene sì perfino Dio
però la sera
ti baciavo io

Se dormo sogno di sfidarti sempre
e farti un buco proprio dentro il cuore
farti sentire tutto il senso
di questo inutile avere dolore
E riempirti la pancia con la tua stessa spada
perché tu non sei più lo stesso
e perché io non ti veda

E Dio
e Dio
ti salverebbe adesso Dio?
amore, amore, amore, amore mio
e Dio
e Dio
tientelo stretto Dio
amore amore amore
amore mio...

(32 comments | Leave a comment)

Tuesday, September 26th, 2006

Samarcanda, Roberto Vecchioni

Strano il rapporto che ho con la musica di Roberto Vecchioni... si potrebbe definire una passione a singhiozzo.
Avevo otto anni la prima volta che l'ho sentito cantare in un concerto che si teneva all'intero della festa dell'unità. Mi colpirono il suo linguaggio un poco..."colorito" e quella celebre Samarcanda che allora, per le mie orecchie, non era che una piacevole filastrocca. Beh, insomma, esperienza piacevole, ma tornata a casa ricominciai a venerare la mia Cristina D'Avena. Ho cominciato ad ascoltare le canzoni di Roberto solo una decina di anni dopo, nel 1997, piacevolmente colpita da alcuni brani de "Il bandolero stanco". Quando però la mia attenzione si è concentrata su altri nomi, (De Andrè soprattutto, ma anche Guccini) bandolero e compagnia sono stati relegati ad un un polveroso angolo..fino ad oggi, anno 2006. Un viaggio in macchina in compagnia di una voce che totalmente incurante della sua stonatura, accompagna convinta il canto di "Signor giudice" mi fa ritrovare quel perduto amore..

Scopro così che il primo Vecchioni è nettamente migliore rispetto a quello di adesso, a ennesima riprova che inquietudine giovanile e dolore sono linfa vitale per le migliori opere d'arte.
Samarcanda, album che consacra Vecchioni al successo del grande pubblico, esce nel 1977 e si avvale della collaborazione di Angelo Branduardi che nell'album suona violino e flauto.

La storia di Samarcanda, il brano che dà il titolo all'album, è nota: la guerra è appena finita, nella città c'è aria di festa, ma uno dei soldati che ha bevuto e ballato tutta la notte si accorge d'un tratto che tra la folla una nera signora lo guarda in maniera malvagia. O almeno così gli pare. Da qui la fuga a cavallo, lontano, verso Samarcanda dove lo attende una brutta sorpresa:

...Ma c'era tra la folla quella nera Signora
stanco di fuggire la sua testa chinò
"Eri tra la gente nella capitale
so che mi guardavi con malignità
son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale
son scappato via ma ti ritrovo qua!"

"Sbagli, ti inganni, ti sbagli soldato
io non ti guardavo con malignità,
era solamente uno sguardo stupito,
cosa ci facevi l'altro ieri là?
T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per aspettar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua"


Insomma non si sfugge a ciò che è scritto, potremmo pure dimenarci a cercare di essere artefici della propria sorte, correremo comunque tra le braccia di ciò che deve essere. (GIANNI!!!!). La storia a cui Vecchioni si ispira è tratta dal romanzo "Appointment in Samarra" di John O'Hara.

Il secondo brano è la scatenata Vaudeville che ironizza sulla contestazione ai cantautori piuttosto accesa in quegli anni. Contestazione che aveva ispirato Francesco Guccini la famosa "Avvelenata" e che nel 1975 aveva portato Francesco De Gregori a ritirarsi dalle scene dopo essere stato "processato" durante un suo concerto con l'accusa di essere un artista impegnato solo nella teoria, ma nei fatti interessato solo al profitto economico.

Il capolavoro dell'album è a mio avviso Due giornate fiorentine: qui Vecchioni riesce a combinare il lirismo intimista, il dolore e lo spaesamento a una irresistibile ironia. Il protagonista scoperto il tradimento da parte della compagna, è tormentato dalla convinzione che un lupo lo stia inseguendo, lupo che altri non è che il tarlo che tortura la mente, dopo che la comparsa di un altro uomo ha minato le certezze del rapporto. E il tradito, nel più totale sbandamento, non trova altro da fare che confidarsi con la prima persona che gli capita a tiro, ovvero uno (straordinario) allibito benzinaio:

All'uomo della Chevron
che non aveva capito
ripetei sillabando:
Ho paura del lupo, paura, paura, paura del lupo!

E lui con la pompa in mano
e con il tappo nel guanto
come stesse nel mondo
a dar benzina soltanto
mi guardava stupito
chiedendomi "quanto?"

"Tanto che a Lodi non ci arrivo mai
si nasconde là dietro finchè sto qui, ma poi
quello m'insegue fino a casa mia,
stia qui, mi faccia un po' di compagnia..."

E l'uomo della Chrevon
Che non aveva capito,
fece tre passi indietro,
non pulì neanche il vetro,
disse "mamma mi aspetta",
e fuggì nella notte.


E il finale è amaro, non c'è speranza di superamento e rinnovamento del rapporto, quanto un triste ritorno alla routine e a un'accettazione/convivenza forzata con il solito tarlo ("Guarda, non è bello il mio lupo?")

A Sandro Penna è dedicata Blue notte, brano, a mio avviso, tra i meno riusciti: non mi convince il recitativo nè il ritornello affidato a una voce femminile che riprende alcuni versi del Pascoli di gusto estetico assai discutibile.

Molto più bella invece Per un vecchio bambino, la canzone dedicata al padre di Vecchioni che scomparve proprio in quegli anni. Interessante il capovolgimento dei ruoli per cui è il figlio a chiamare "bimbo mio" il padre ricordandone e rimpiangendone la giocosità e l'anticonformismo che la morte (qui uno "strano sogno") ha portato via.

Canzone per Sergio pecca di riferimenti ermetici, di mancanza di immediatezza. è un brano inquieto che rimanda ancora alla perdita del padre, che lamenta l' insofferenza verso chi non ha dubbi mai ed è pronto a rifilarti la sua Verità di cartapesta, ma che accenna infine a un barlume di speranza:

mi accadrà di sorridere,
come non speravo più...
E l'occhio azzurro avrà un momento
uguale all'occhio blu...


Il tema dell'occhio azzurro e dell'occhio blu ricompare anche nella successiva canzone, L'ultimo spettacolo. ("Con l'occhio azzurro io ti salutavo / con quello blu io già ti rimpiangevo").
Il riferimento pare essere alla poesia del Pascoli, Alexandros:

"piange dall'occhio nero come morte,
piange dall'occhio azzurro come cielo.
Chè si fa sempre, tale è la sua sorte
nell'occhio nero lo sperar, più vano;
nell'occhio azzurro il desiar, più forte."

Tra l'altro i riferimenti a Alessandro Magno sono piuttosto frequenti nella discografia e nella prosa di Vecchioni (A lui è dedicata per esempio "Alessandro e il mare" del 1989)

La complessità che infastidiva in Canzone per Sergio è qui invece ricchezza, forza del brano. Vecchioni collega l'ineluttabilità del destino degli uomini a quella della fine di un amore.

"e l'albero tremava e vidi terra,
i Greci, i fuochi e l'infinita guerra...
Li vidi ad uno ad uno
mentre aprivano la mano
e mi mostravano la sorte
come a dire "Noi scegliamo,
non c'è un Dio che sia più forte"
E l'ombra nera che passò
ridendo ripeteva "no"..."

"ma non venite a dirmi
adesso lascia stare
o che la lotta in fondo deve continuare,
perchè se questa storia fosse una canzone
con una fine mia,
tu non andresti via"


Il risultato è un brano particolare, strano, ma di indiscutibile fascino, in bilico tra dramma collettivo e dramma personale.
Tirando le somme, Samarcanda è un album intenso in cui il tema predominante è quello del destino, forza suprema che irride alle vite degli uomini; un messaggio non proprio ottimistico quindi, alleggerito però dalla musica con influenze folk di Samarcanda e dall'ironia di Due giornate fiorentine.
(15 comments | Leave a comment)

Monday, July 24th, 2006

Notiziona!

Quest'anno al Lucca Comics saranno presenti i Cavalieri del re che si esibiranno nel loro intero repertorio.. Oh Lady Lady Lady Oscar, tutti fanno festa quando passi tuuuuuuuuuu!!

(16 comments | Leave a comment)

Saturday, July 15th, 2006

Gianmaria Testa

Ho sempre ritenuto fondamentale la location di un concerto per la riuscita di una serata: non sopporto gli stadi e i palasport, adoro i luoghi atipici e raccolti come questa Villa Novellucci che ha ospitato ieri il concerto di Gianmaria Testa accompagnato dal clarinettista Gabriele Mirabassi.
La strada per arrivarci non è proprio delle più larghe e sicure della Toscana, riusciamo miracolosamente a non perderci e a raggiungere la villa immersa nel verde con il piccolo palco che dà sul panorama delle colline pratesi.


Gianmaria Testa, cantautore della provincia di Cuneo, ha all'attivo cinque album distribuiti non solo in Italia, ma anche in Francia dove per assurdo pare che vanti un successo maggiore che in patria. Una sorte che lo accomuna con un altro degli artisti che più prediligo, Pippo Pollina. Un peccato che il mercato italiano non lasci il minimo spazio a chi offre un tipo di musica che si sforza di allontanarsi dal banale prototipo della canzone sanremese.
La prima volta che l' ho visto in concerto, Gianmaria manteneva ancora il suo lavoro di capostazione a Cuneo. Lo raggiunsi dopo lo spettacolo nel camerino per fargli i complimenti; mi colpì la disponibilità, la pacatezza nel parlare, i modi quasi timidi e modesti. Chiedendogli informazioni su un suo nuovo lavoro, mi rispose che ci avrebbe pensato con calma, che sarebbe invece tornato alla quotidianeità della sua stazione. Che la musica rimaneva ancora un'eccezione alla regola, non il suo lavoro.
Vari articoli in rete lo definiscono ora l'"ex capostazione"; presumo quindi che finalmente Testa si stia dedicando alla sua musica a tempo pieno..Ed è un bene, visto il talento di questo artista dalla voce calda che mescola nelle sue canzoni ritmi di tango, jazz e un tocco di blues.

E cinque anni dopo eccomi di nuovo ad aspettare che si esibisca dal vivo, posto centrale della seconda fila. Quasi puntuale, lo spettacolo inizia...Gianmaria sta seduto curvo sulla sua chitarra, barcollando sulla sedia quasi dovesse cadere da un momento all'altro, gli occhi spesso chiusi, in totale simbiosi con la sua canzone. Il ritmo dei piedi battuti sul palco accompagna il suono pungente della chitarra e la sensualissima voce che alterna il carezzevole sussurro al roco graffiare.
Mirabassi è eccellente.. Il suo strumento accompagna le canzoni di Gianmaria a volte fondendosi discreto alla sua voce, altre liberandosi in virtuosismi da grande musicista.

Canta per lo più d’amore, Gianmaria Testa, in "Extra-muros" di amori trovati, giocando sulle metafore e sulle ripetizioni tipiche delle canzoni popolari:

"Il tuo amore, amor, sa di vernice / Verde di persiane nuove e di ringhiere / e risana anche la ruggine tenace. / Il tuo amore, amor, sa di vernice. / Il tuo amore, amor, è una castagna / che brucia sulla bocca e sulle mani / e riscalda una domenica e ti sfama / Il tuo amore, amor, è una castagna"

...E canta di amori perduti, di quelli che finiscono e non c’è niente da dire, c’è solo da aggrapparsi al silenzio e aspettare che il dolore passi al suono sottile della pioggia che cade:

"Preferisco così
che non c'è niente da fare
solo stare seduti
a una porta qualunque
a guardare che spiove"


I testi dei brani sono così, di una grande semplicità...Ma riescono a emozionare ugualmente con la delicatezza e il minimalismo di tanti piccoli quadri da macchiaioli.

(7 comments | Leave a comment)

Wednesday, May 24th, 2006

Non sia lontano il dì ch'io ti raggiunga, mia piccola veliera...

Sto cercando gli album di questo gruppo del quale conosco solo un paio di canzoni..
Riuscirò nella mia impresa?

Io cerco un nido profumato e pieno di palpiti d'amore,
spegnere non potrò per la mia vita questa voce che sento,
che dice che per te mi ha fatto Dio e in questo lago brucio.


Mi fosti cara, Piccola Veliera, ti ricordi l'approdo
tra rose in fiore e gigli immacolati in un mattino d'oro?
Tacendo vai, portando il sogno avvolto in questa triste sera,
non sia lontano il dì ch'io ti raggiunga, mia Piccola Veliera..


Da "Piccola veliera", Sulutumana
(14 comments | Leave a comment)

Thursday, May 11th, 2006

8 Maggio 2006, Concerto di Pippo Pollina a Cerbaia



Il luogo è Cerbaia e il gruppo è composto da cinque disperati con un senso dell’orientamento equivalente a zero. Ci sono voluti tre giorni per capire esattamente quale fosse la strada da prendere, ma alla fine, affidato il ruolo di navigatore a mia madre, siamo giunti (quasi) alla convinzione di poter arrivare a destinazione senza perderci tra i colli fiorentini. E così è stato. (in compenso ci siamo persi al ritorno, ma questa è un’altra storia).

Il teatro (il Jack and Joe Theatre) è piccolo, ai miei occhi perfetto vista la mia predilezione per i luoghi raccolti… Lo spettacolo comincia sulle note di Banneri, affascinante canzone in dialetto siciliano.

Più che un semplice concerto si tratta questa volta di un recital: le canzoni cantate da Pippo con l’accompagnamento della chitarra di Enzo Sutera, sono precedute dalle letture di Serena Bandoli, attrice e cantante. I pezzi recitati ripercorrono tralci di vita del cantante palermitano; ma sono soprattutto omaggi ad artisti o personaggi importanti incontrati lungo la via. Viene ricordato Giuseppe Fava, redattore del giornale I Siciliani, ucciso dalla mafia a Catania nel 1984, viene raccontato l’incontro con George Mustaki descritto come uno strambo e affascinante esteta, si ascolta la Sicilia dipinta dalle parole del poeta Ignazio Buttitta. Le letture introducono i brani di Pippo e c'è il calore del rinnovarsi di un'emozione e la rassicurante sensazione di un ritorno a casa.
Nel bel mezzo della canzone Sambadiò, accade l'imprevisto: un black out. E Pippo imperturbabile continua a cantare la sua Sambadiò senza microfono e totalmente al buio. E il resto del concerto si fa così: con un paio di lampade e qualche candela. Succede così che quello che doveva essere un inconveniente dà al concerto quel tocco di magia e di intimità tale da renderlo unico, da ricordare…

Le prossime date del tour:

• Lunedì 15, ROVIGO , Teatro Duomo - Piazza Duomo ore 21.00 ingresso: 10,00 euro (con rilascio tessera) info-line: 329-5828516 - assgiacomo@hotmail.com
• Giovedì 11, S.GIOVANNI LUPATOTO (VR) - Teatro Astra, Via Roma 3/B - il concerto sarà aperto da Veronica Marchi e sarà a sostegno della campagna "CONTROL ARMS" di Amnesty International - ore 21.00 - Ingresso: 10,00 euro Info line: Gianluca 340/4050077
• Sabato 13, ORVIETO (TR) - Sala del Carmine, via Loggia de' Mercanti, 39 - ore 21.30 Ingresso 12,00 euro - Info 329-2314710
• Domenica 14, PORTO SANT' ELPIDIO (AP) - Limonaia di Villa Baruchello ore 21.30 - Ingresso 10,00 euro Info m.marchetti@elpinet.it - battista@eventi.org
• Mercoledì 17, SANREMO (IM) - Teatro del Casinò - Ore 17.30 Ingresso gratuito Info imperia@mail.cgil.it tel. 0183-769921 Raimondo
• Giovedì 18, SASSO MARCONI (BO) - Teatro Comunale G.Marconi Piazza dei Martiri - ore 21.00 Ingresso 12,00 euro Info: Associazione "Le Nuvole" - Danilo Malferrari 339-2309012, malfeda@libero.it
• Venerdì 19, RIVA DEL GARDA (TN) - Sala Polivalente D.Chiesa - ore 18,00 incontro/dibattito con Giovanni Impastato e proiezione del documentario su Peppino Impastato. Sera CONCERTO presso il Cortile interno della Rocca di Riva - ore 21,00. In caso di pioggia il concerto si terrà all'auditorium del conservatorio. Ingresso gratuito Info Biblioteca Civica di Riva del Garda Tel. 0464-573806 - biblioteca@comune.rivadelagarda.tn.it
• Venerdì 26, Asti - Diavolo Rosso piazza San Martino 4 - ore 21.30 Ingresso Euro 12,00 info line: 0141 355699 340 3045065 info@diavolorosso.it
• Sabato 27, MODENA - Baluardo della Cittadella (Piazza Tien An Men) ore 21.00 . Per informazioni Provincia di Modena, Assessorato alle Attività Culturali - Tel. 059.209556-513-558, e-mail: cultura@provincia.modena.it
• Domenica 28, CONCEI (TN) Ore 21.00 Ingresso:10,00 euro (intero) 7 euro (ridotto) Info: Comune di Concei Tel. 0464-591065 - da lun. a ven. in orario d'ufficio
(10 comments | Leave a comment)

Sunday, January 22nd, 2006

Meme musicale..

Fate una lista di canzoni che al momento vi piacciono particolarmente, non importa il genere nè niente, devono solo essere canzoni che davvero vi piacciono. Postate poi il tutto + istruzioni nel vostro Lj e indicate altre sette persone per scoprire che cosa ascoltano al momento.

1) Leggenda di Natale, Fabrizio De Andrè

2) Bisanzio, Francesco Guccini

3) Il dono del cervo, Angelo Branduardi

4) Pilota di guerra, Francesco De Gregori

5) 1, 2, 3, stella, Bandabardò

6) 19 luglio 1992, Pippo Pollina

7) Come l'America, Gianmaria Testa

8) Il mantello e la spiga, Franco Battiato

Invito ufficialmente:

blissonmarch, lependu, miwako, perfect_black, queendom, yukikaze_ex, zer0risposte
(6 comments | Leave a comment)

Wednesday, January 11th, 2006

A te, grazie...

"Khorakhanè"

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane

per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare
Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso

qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura

nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario
Yugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio

lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio

Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna

vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla

perché l'aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà

ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali
(10 comments | Leave a comment)

Thursday, November 17th, 2005

La buona novella, Fabrizio De Andrè

Ho sempre rimandato queste righe che pur sentivo di dovere a chi per me ha contato e conta ancora tanto. Sarebbe riduttivo definire Fabrizio De Andrè il mio cantante preferito quando da anni rappresenta per me un maestro, mai un idolo, semmai un artista vero, di quelli che sanno scolpirti nell’anima qualcosa che rimane a dispetto del tempo e della morte.

La buona novella che risale al 1970 non è il più famoso album di De Andrè, se l’ho scelto non è quindi in base alla popolarità dei brani contenuti, quanto per una questione puramente affettiva e di gusto personale. Belle le musiche con influenze etniche, splendide le parole che compongono testi di una raffinatezza difficile da trovare altrove. Si tratta di un concept album ovvero di un insieme di canzoni legate da un filo comune, in questo caso i vangeli apocrifi, quelle scritture “non ufficiali”, che ci hanno tramandato diversi particolari riguardanti soprattutto la vita di Maria e di Giuseppe. E sono proprio le figure di Maria e di Giuseppe quelle che più brillano in questo lavoro: Fabrizio le spoglia della loro divinità; non ci appaiono più eterei e inconsistenti come solitamente li ritroviamo nell’iconografia classica. I loro ritratti sono quelli di un uomo e di una donna che vivono, che soffrono ed è proprio il loro dubbio, il loro dolore ad essere celebrato in modo tale da farceli sembrare vicini e degni di rispetto.

Ripercorriamo soprattutto la vita di Maria, la sua infanzia passata nel tempio dove fu consegnata ad appena tre anni nelle mani dei sacerdoti, l’assurdità della sua cacciata una volta diventata donna: “fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso”, il suo essere data in sposa senza la sua volontà, diventata merce su cui tanti, troppi occhi sono puntati: “del corpo di una vergine si fa lotteria”.
è Giuseppe, “falegname per forza, padre per professione” ad essere scelto come sposo, un uomo vecchio per cui Maria è poco più di una bambina.
Starà lontano un anno dalla sua sposa-bambina e al suo ritorno sarà forte la sorpresa nel ritrovarla incinta. De Andrè ci descrive in maniera eccellente il passaggio dallo smarrimento per la sensazione di essere stato ingannato, al sentimento di pietà che si scioglie in una carezza.
Il racconto di Maria è quello di un sogno, viaggio visionario e dolcissimo in compagnia di un angelo che le darà un compito troppo grande per la sua fragile umanità; sogno e realtà si confondono, il sogno trasfigura la realtà:


Poi vidi l’angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra
le loro braccia profili di rami
nei gesti immobili d’un’altra vita
foglie le mani, spine le dita.



Il punto più alto dell’album viene raggiunto con Tre madri, un capolavoro. La teatralità è un elemento costante di tutto l’album, qui lo è però in maniera più evidente. Tre voci diverse, tre donne che cantano il loro dolore per i figli sulle croci: Gesù insieme ai due ladri Dimaco e Tito. Da brividi è la rappresentazione dello strazio di Maria alla quale vengono rimproverate troppe lacrime per un figlio che in fondo risorgerà perché figlio di Dio. (“lascia noi piangere un po’ più forte chi non risorgerà più dalla morte”). Ma il dolore di Maria è il medesimo della altre due madri; si avverte e inevitabilmente commuove la nostalgia per una vita normale che le avrebbe impedito una perdita così atroce.
Il suo dolore, così umano, ci appare vestito proprio per questo, di sacralità:

“Piango di lui ciò che mi è tolto
le braccia magre, la fronte, il volto
Ogni sua vita che vive ancora
e che vedo spegnersi ora per ora…
Figlio nel sangue,
figlio nel cuore…
E chi ti chiama Nostro Signore
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso
Per me sei figlio, vita morente
ti portò cieco questo mio ventre
Come nel grembo e adesso in croce
ti chiama amore questa mia voce
Non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio..”

Il testamento di Tito è il brano più celebre dell’album; i dieci comandamenti vengono smontati uno a uno da Tito, il ladro morto sulla croce insieme a Gesù. Nonostante il pezzo risalga al 1970, riesce a mantenere tutta la sua forza e il suo messaggio provocatorio, blasfemo e profondamente vero: si tratta di un’acuta e a tratti ironica denuncia a una società ipocrita, classista, spietata:

“Il settimo dice "non ammazzare se del cielo vuoi essere degno",
guardatela oggi questa legge di Dio tre volte inchiodata nel legno.
Guardate la fine di quel Nazzareno e un ladro non muore di meno!”

E nonostante una vita passata ai margini è proprio il ladrone Tito a riuscire in punto di morte a racchiudere nelle sue ultime parole il messaggio di Gesù “ama il prossimo tuo”:

“Ma adesso che viene la sera ed il buio, mi toglie il dolore dagli occhi.
E scivola il sole al di la' delle dune a violentare altre notti:
io nel vedere quest'uomo che muore, madre io provo dolore;
nella pieta' che non cede al rancore, madre ho imparato l'amore”

Se l’album si apre su un una lode al signore, è con una lode all’uomo che si chiude. Il primo ascolto di Laudate Hominem è stata una folgorazione. Ritrovavo in poesia, in concetti chiari, tutto ciò che anch’io credevo e che non avrei saputo esprimere. Ciò che dovremmo lodare e ricordare sempre, di quel grande rivoluzionario che è stato Gesù è il suo essere umano, solo così è possibile far nostro il suo pensiero in una volontà autentica di pace, perdono e amore. “Perché non si imita in vita un Dio, un Dio va temuto e lodato; Laudate Hominem! Laudate Hominem!

(24 comments | Leave a comment)

Friday, October 7th, 2005

Invito al viaggio... (Bar Casablanca, Pippo Pollina)

La prima impressione che mi ha dato questo album è stata quella di un lavoro che avesse bisogno di un ascolto approfondito, di un manicaretto gustoso da assaporare a lungo prima di poter giudicare in maniera obiettiva.. Per questo non ne ho scritto subito.
Ed ho quasi il timore di non dare l’idea giusta di quanto ci tenga, a questo artista così poco conosciuto la cui voce vorrei arrivasse a sfiorare il cuore di tanti altri, così come ha fatto con me.

Bar Casablanca è un disco live atipico in quanto il pubblico è assente, ma le canzoni sono registrate in presa diretta. Un modo per evitare di riproporre semplicemente nuovi arrangiamenti per vecchie canzoni e al tempo stesso ricreare l’atmosfera magica dei concerti con brani inediti.

Tema principale di questa nuova opera è il viaggio sia in termini geografici che non. Pippo è un artista la cui vita è profondamente legata al viaggio: racconta spesso, durante i suoi concerti, di quel viaggio fatto a vent’anni, un viaggio che lo ha portato a girare mezza Europa, giorni passati a cantare nelle piazze e per le strade.
Ed è da questa esperienza che nasce la decisione di stabilirsi in Svizzera… Ma il viaggio non finisce, la vita di un musicista si nutre di movimento, di nuove città in cui suonare, di nuove facce da incontrare e di storie.. Sono le storie le protagoniste assolute di Bar Casablanca: ogni città ha tanti volti da ricordare e almeno una storia che valga la pena di essere raccontata. Ed ecco che Pippo di volta in volta indossa gli abiti di un diverso personaggio per narrare di come egli viva e di quanto egli sogni. Il sogno di una vita diversa è qualcosa che ritorna in ben tre canzoni, un filo rosso che lega tre personaggi diversi. C’è il pianista di Montevideo, le cui raffinate note allietano un indifferente piano bar di Ginevra: nessuno ascolta la sua musica nel triste brusio della sala affollata e allora il pianoforte diventa “un grande oceano” per arrivare “presto a Mar del Plata sulle note di Gardel”. La musica diventa strumento per essere altrove, in un posto da chiamare casa.
E sogna anche il Cameriere del Principato, ingabbiato nella routine del suo lavoro, la realtà si trasfigura nella parola domani: “cambierò vita, amici e voglie e uscirò a rubare un aeoroplano e volerò più in alto della pioggia e di tutti i perché, di tutti questi uomini in carriera e dei lacchè di questo assurdo albergo a cinque stelle..”. Chi, nel tran tran della vita quotidiana non ha mai pensato di mandare tutto all’aria per una vita che sia davvero vita?
E infine c’è un ragazzo di Chiaramonte Gulfi, un piccolo paesino della Sicilia, come ce ne sono tanti, di quelli con le strade “inerpicate al cielo”. Questo ragazzo lavora a Busto Arsizio, ma quando torna al suo paesino siculo si inventa un’altra vita e racconta di lavorare a Toronto, paese che si trasforma, nelle parole del ragazzo, in cui paradiso con orsi, cascate e donne da conquistare con facilità. La canzone è di una simpatia unica ed è un piacere ascoltare questo brano dalle sonorità folk.

Ma di sonorità ne troviamo diverse in questo album: non solo folk, ma anche jazz e atmosfere sudamericane; potrei forse dire che dal punto di vista musicale sia uno degli album più maturi di Pollina.

Nell’album non mancano i temi impegnati; ne è un esempio La pioggia di Vancouver al cui primo ascolto, dopo le prime strofe, ho storto il naso: una canzone sul tempo? Ne sentivamo il bisogno? E invece quel “come cambia il tempo, io non lo capisco” si rivela un’invettiva graffiante e intelligente al modo di vivere del nostro paese basato sul menefreghismo e la superficialità di “un popolo distratto dalla tv e da un cellulare che celebra il rito tutto italiano dei tarallucci e il vino”.
Altro momento dedicato alla riflessione sui mali della società è La ballata della moda, una cover di Luigi Tenco che pur essendo datata 1972 si rivela incredibilmente attuale. È Antonio il protagonista della vicenda, un cameriere che lavora in un grande ristorante dal pensiero alternativo: deciso a non soccombere alla nuova moda di una nuova bevanda, si ritroverà invece a diventarne dipendente perché in giro non si trova altro. Non funziona al medesimo modo anche per quel che riguarda, in generale, i mass media? Risulta sempre più difficile essere intellettualmente indipendenti e risulta invece sempre più comodo e facile seguire in modo passivo ciò che ci propina la tv. E provate pure a cambiare canale: notate forse così tanta differenza??

Bar Casablanca è il brano che dà il titolo all'album ed è forse la canzone con le sonorità più jazz: Pollina dipinge un personaggio un po’ bohemienne, che beve la vita senza riserve: “Ragazza mia, io sono un algido Orfeo, una colonna di Soluto, il sonno lento di Morfeo…Io sono un angelo che abbraccia la sua notte, come un cieco il suo bastone ed un ubriaco la sua botte…”

Il nostro viaggio finisce con i Versi per la libertà, bellissimi versi in siciliano per una canzone cantata “a cappella”. Non è forse un caso che il viaggio si concluda con la Sicilia, con un ritorno a quelle che sono le origini, la propria terra.

Le canzoni dell'album:

1)La luce di Norrora
2)L'organetto di Montmartre
3)Bossa in viaggio
4)La pioggia di Vancouver
5)La ballata della moda
6)Petite chanson d'amour
7)Bar Casablanca
8)Nostalgia de tango
9)Chiaramonte Gulfi
10)Anche quando
11)Il pianista di Montevideo
12)Il cameriere del Principato
13)Passaggio a Pecs
14)Versi per la libertà
Bonus track: Semiseria proposta di matrimonio

(8 comments | Leave a comment)

Tuesday, August 30th, 2005

L'infinitamente piccolo, Angelo Branduardi

“L’infinitamente piccolo” esce nel 2000, la scelta di un concept album è già di per sé stramba visti i tempi, quella di raccontare la vita di San Francesco lo è ancora di più.
Autore di questa difficile e intrigante impresa è Angelo Branduardi, il “menestrello” della musica italiana, da sempre artista fuori dagli schemi. E da vero menestrello si comporta per questo album perché invece di creare nuove proprie parole, utilizza per i testi delle sue canzoni le varie fonti francescane : riporta un testo di Francesco stesso , canta le leggende che lo riguardano, mette in musica un canto del Paradiso di Dante.

Francesco nacque ad Assisi da una famiglia ricca e visse la sua giovinezza nel lusso e nello sfarzo. Proprio per questo motivo dovette apparire assurda la scelta di lasciare tutto per vivere in povertà e seguire Dio. Deriso dalla sua stessa gente e diseredato dal padre, Francesco continua per la propria strada a testa alta, portando la propria diversità come un vanto e riuscendo infine a farsi rispettare ed amare per la sua purezza d’animo e la vicinanza ai poveri, gli emarginati, i malati.

La figura di Francesco risulta affascinante anche per me che metto piede in chiesa solo per ammirarne le opere d’arte: Francesco parla al Dio delle piccole cose, vede Dio nella bellezza della natura e invita a gioirne. San Francesco parla alla sua gente attraverso il canto ed è proprio per questo che viene indicato come il “giullare di Dio”: il Cantico delle Creature veniva intonato da Francesco con una musica che però è stata persa. Branduardi ne riprende le parole che di fatto costituiscono la prima poesia della lingua italiana, le ricanta alla sua maniera e ne fa la canzone che apre l’ album. Gli altri brani ripercorrono le principali tappe della vita del santo: si racconta del viaggio di Francesco in Babilonia per convincere il sultano a poter transitare per il suo paese liberamente fino ad arrivare in Terra santa.
Si racconta la leggenda più celebre, quella del lupo di Gubbio, si enumerano i miracoli, si descrive la regola dell’ordine, una regola rigidissima che imponeva di non avere beni (Non cercate il lusso delle vesti in questo mondo) , di non avere legami (Nulla vi trattenga, vi divida, vi separi).

Per quanto riguarda le musiche, la particolarità dell’album è quella di basarsi sui contrasti, sull’accostamento ardito di generi molto diversi.
Il brano La regola unisce in modo piacevole la musica techno al canto gregoriano, la canzone Il sultano di Babilonia è un misto di musica dance e musica etnica. La commistione tra moderno e antico mi pare più che riuscita.

Numerose le collaborazioni: all’album partecipano la Nuova compagnia di canto popolare, Il sultano di Babilonia e la prostituta è cantata insieme a Franco Battiato, il Salmo finale è musicato da Ennio Morricone e il brano che mi emoziona di più che un titolo interminabile, (Nelle Paludi Di Venezia Francesco Si Fermò Per Pregare E Tutto Tacque) è impreziosito dalla voce angelica di Teresa Salgueiro, la cantante dei Madredeus. In questo brano l’armonia tra Francesco e la natura è talmente forte da portare il santo a voler pregare con gli uccelli della palude: le creature tacciono immediatamente:

Ed in mezzo a quella folla
Si incamminò…
Svaniva tra quelle grida
L’eco dei suoi passi,
la voce della sua preghiera…
“Vi prego di volere tacere”
Ed il silenzio sulle paludi calò.

La chicca che conclude il lavoro è il Salmo:

Io, straniero ai miei fratelli,
pellegrino per mia madre,
ho guardato
ma non c’era chi potesse
consolarmi…

Il fascino di Francesco si nutre anche delle sue debolezze: ne conosciamo la grande solitudine che ce lo fa apparire vicino a noi proprio perchè diverso dalle irreali figure mistiche di cui l’agiografia abbonda.


I brani dell'album:

Cantico delle Creature
II Sultano di babilonia e la prostituta
II lupo di gubbio
Audite Poverelle
Divina commedia - Paradiso, Canto XI
II trattato dei Miracoli
Nelle Paludi di Venezia Francesco si fermo' per pregare tutto tacque
la regola
La Predica della Perfetta Letizia
La morte di Francesco
Salmo

(1 comment | Leave a comment)

Tuesday, July 19th, 2005

19 luglio 1992

Il vento si dileguava in un girotondo di foglie,
l'asfalto era una lama di sole, lucido come un presagio nero.
Era l'ora del riposo, invero…
La città si truccava allo specchio, chi brindava alla gioventù,
chi senza saperlo era già vecchio, chi guardava alla tivù
la tavola di Ginevra e del Re Artù…
Io e la mia compagna più cara lisciavamo il pelo alla storia
giocandoci a dadi la memoria.
Io e la mia ammirevole amica
sul carro della nostalgia
trionfale come la vita
beffarda come la vita…
Tobia il canarino giallo sopravvissuto ai nubifragi,
come migliaia di disperati celebrava il ritorno dei re Magi,
sulla terrazza assolata
tu dormi Panormo amata.
Altri cercavano l'oro per nascondere la paura
chi sapeva attendeva in silenzio il botto dell'ultima congiura
e dell'ultim'ora, l'ultima avventura.
Poi d'improvviso una nube, come un lampo di finestrino,
esplose in un rombo di tuono e furono bucce di mattino.
Noi non conosciamo Italie e non vogliamo più vedere
la lunga coda di paglia, gli schiavi del potere.
I messaggeri dell'indignazione arrivarono quasi subito
a cavallo delle cineprese per non sporcarsi i pantaloni,
invocando nomi e cognomi, cognomi e nomi
passò qualche cane a pisciare sui resti delle macerie
le signore della televisione andarono in fretta dal parrucchiere
ad aggiustarsi il grugno e le rughe del sedere.
E sbocciarono fiori tristi sui prati muti della speranza,
vennero frotte di turisti a cercare la morte in vacanza.
Quel giorno scomparvero in tanti sulle ali della rivolta
quel giorno volaron le rondini per l'ultima volta.
Io e la mia compagna più cara cercavamo nell'ombra il cammino
Che conduce dove regna il silenzio, il gioco della vita e del destino.
(5 comments | Leave a comment)