Monday, November 2nd, 2009

Per Alda Merini

"Spazio spazio, io voglio, tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita:
voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch’io lanci un urlo inumano,
quell’urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano."

Alda Merini, da "Vuoto d'amore"



(4 comments | Leave a comment)

Sunday, September 6th, 2009

Le promesse non muoiono mai, Domenico Medea



XVIII secolo. E'una notte silenziosa in cui tutti dormono (o quasi) a Panume, piccolo borgo calabro di lingua arbereshe, una minoranza linguistica che trae la sua origine da alcuni insediamenti albanesi risalenti al '400. Sarà solo al mattino che Andrea Reres, il falegname del paese, scoprirà che sua figlia Cristina è scomparsa e che la tomba del figlio è misteriosamente spoglia.
XXI secolo. Il giovane Andrea Reres scopre per caso una lettera firmata da un suo antenato che porta il suo stesso nome. La curiosità lo spinge a ricercare e a scoprire la storia della sua familia, una storia fatta di misteri e maledizioni, una storia che gira intorno alla parola "besa".
La besa è la promessa, la parola data che va mantenuta per preservare il proprio onore e la cui forza oltrepassa i confini imposti dalla morte.
"Le promesse non muoiono mai" è il primo romanzo di Domenico Medea che vive a Firenze, ma è originario di Pallagorio, paese in provincia di Crotone che con Panume ha molti punti in comune.
Una lettura piacevole e scorrevole che trova a mio parere la sua unica pecca nello smontarsi della tensione narrativa nelle pagine finali.
Apprezzabile invece è il tocco ironico di diverse pagine del romanzo che porta l'autore a divertirsi (e a divertirci) ad esempio con un improbabile retroscena in cui ci racconta la vera storia della nascita del profumo Chanel n°5, frutto delle migliori fragranze di Panume.
Non mancano poi interessanti spunti di riflessione sulla (mancanza di) memoria storica calabrese.
Mi piace poi la scelta coraggiosa di strutturare questo primo lungo scritto dell'autore come una saga familiare le cui vicende, in bilico tra elementi ora realistici ora magici, rimandano un po' alla memoria il capolavoro di Gabriel Garcia Marquez, quel Cent'anni di solitudine a me così caro.
(1 comment | Leave a comment)

Sunday, February 1st, 2009

A un cerbiatto somiglia il mio amore, David Grossman

Guerra dei sei giorni. Orah, Avram e Ilan sono tre sedicenni che si incontrano all'interno del reparto di isolamento di un ospedale di Gerusalemme mentre all'esterno è il caos.
Mentre Ilan è quasi del tutto relegato a un mondo fatto di deliri da febbre alta, tra Orah e Avram nasce (una luce nel buio dell'ospedale) un'amicizia profonda fatta di un fiume di parole: i pensieri più profondi di Orah che hanno adesso il coraggio di uscire, la fantasia traboccante di Avram che prende forma attraverso storie e sogni.
E poi ci ritroviamo d'improvviso diversi anni dopo. Orah ha sposato Ilan, ha avuto due figli e si è poi separata dal marito. Sono diversi anni che non ha più notizie di Avram, colpito da una terribile vicenda della quale si scopriranno poi i particolari. Uno dei due figli di Orah, Ofer, nonostante abbia ormai finito il servizio militare obbligatorio, decide di partire volontario per una missione in Cisgiordania, proprio nei giorni in cui lui e sua madre avevano programmato una gita in Galilea... Orah decide comunque di fare quel viaggio tanto desiderato e lo fa insieme a una persona fondamentale nella propria vita: Avram.

A un cerbiatto somiglia il mio amore non è un libro di facile lettura: la prosa di Grossman alterna momenti di grande fluidità ad altri in cui l'intimismo delle riflessioni dei suoi personaggi richiede un tipo di attenzione piuttosto impegnativa.
"Impegnativo" è un aggettivo che ho più volte utilizzato per decrivere questo romanzo, ma il termine è da leggersi nella sua accezione più positiva: ho sì impiegato più di due mesi a concludere la lettura di questa storia che si dipana attraverso più di 800 pagine, ma i suoi personaggi mi hanno colpito così tanto che faranno fatica a sbiadirsi nella memoria.
Il titolo della versione italiana che è tratto da un verso de Il cantico dei cantici e gioca sul significato ebraico del nome Ofer ("cerbiatto") è piuttosto diverso da quello originale che suona come "Una donna in fuga dalla notizia". La fuga di cui si fa riferimento è quella compiuta da Orah al momento della partenza di Ofer. La donna rifiuta di aspettare a casa il momento in cui le verrà comunicata la morte di suo figlio.
E' un comportamento che è tutto fuorchè carico di logica: è un gesto semmai scaramantico, che vuole sovvertire le meccaniche crudeli della realtà. Orah si ribella all'ordine prestabilito dalle autorità del suo paese: rifiuta di mettersi seduta e aspettare che ciò che è stato deciso si compia. Ai valori assurdi di ciò che succede fuori, contrappone i propri valori intimi di donna e di madre. Quel viaggio, spera, proteggerà suo figlio. Se se ne andrà staccando i contatti da ogni possibile notizia sui conflitti in corso, non gli succederà niente.

Ma questo espediente narrativo non deve far pensare a un romanzo poco credibile o scevro di elementi del quotidiano: attraverso i lunghi flashback sulla vita di Orah, Grossman stende un ritratto molto onesto della vita famigliare della sua protagonista. Di ciò che succede all'interno delle quattro mura domestiche, l'autore rende un'immagine dettagliata e interessante nel descrivere le problematiche, i dubbi, piccoli e grandi gioie e dolori dell'essere coppia e dell'essere genitori. Uno sguardo che sa essere tanto spietato quanto delicato.

Ce ne fossero di personaggi come David Grossman che hanno il coraggio e la sensibilità di parlare di pace pur avendo vissuto sulla propria pelle la tragicità di una situazione del genere: durante la stesura del romanzo l'autore ha perso un figlio di appena 20 anni. A un cerbiatto somiglia il mio amore non si propone di descrivere minuziosamente la questione mediorentale; affronta semmai il meccanismo per cui la politica, la storia entra in una casa, sconvolge una famiglia qualunque, una madre qualunque. Arriva a pizzicare le corde della nostra sensibilità raccontandoci il dramma dell'individuo singolo e non tramite il freddo conto dei morti di un telegiornale. Affonda a piene mani nell'umanità dei suoi personaggi: amore, dolcezza e tanto dolore. Dolore di una mamma che non si rassegna a perdere un figlio, dolore di un uomo che dopo anni ha cicatrizzato le ferite della guerra, ma non quelle profonde della sua anima, dolore per una terra che non offre ai giovani un futuro normale.
E amore. Attravero il viaggio di Orah, Grossman canta il suo amore per la propria terra dilaniata, un canto di speranza per le generazioni future.

(8 comments | Leave a comment)

Thursday, October 16th, 2008

Brillante Weblog - Premio 2008

Ieri la cara Artemisia (http://tanadelpanda.spaces.live.com/default.aspx) mi ha citato tra i suoi blog preferiti ergo eccomi qui a ringraziarla e a citare i sette blog come da regolamento.



“Il premio Brillante Weblog è un premio per siti e blog che risaltano per la loro brillantezza nei temi e nei design e con lo scopo di promuovere ancora una volta la blogosfera nel mondo.”

Regole:
1) al ricevimento del premio bisogna scrivere un post mostrando il premio e citando il nome di chi ti ha premiato, con l’indirizzo del suo blog.
2) scegliere un minimo di 7 blog (anche di più) che credi siano brillanti nei loro temi o nei loro design, esibendo il loro nome ed il link.


1- http://www.shockdom.com/eriadan/



In assoluto il mio blog del cuore. Lo seguo ormai da anni, da quando l'autore, Paolo, frequentava ancora l'università fino ad oggi che è sposato e padre di una bellissima bimba.
Il suo tratto è maturato in maniera evidentissima mentre la freschezza delle strisce quotidiane è rimasta la medesima.
E' limitante definirlo un blog umoristico perchè Eriadan non è solo questo: è dolcezza, poesia, fantasia alata.
Il protagonista è l'autore stesso che però si moltiplica in diversi esseri che popolano la sua testa: la Coscienza, il pazzoide addetto alla comunicazione, il fighissimo direttore fashion, il megalomane Superego.
Ma le strisce pullulano di splendidi personaggi secondari quali l'indimenticabile Ipermao, la Santa Pazienza (che porta una quinta di seno perchè è TANTA) e l'affascinante Chiarafalce.
Fidatevi e se ancora non lo conoscete cliccateci su: lo adorerete. (E se non lo adorerete vuol dire che non capite niente)

2- http://www.shockdom.com/orsociccione/



Il blog dell'orso ciccione...o meglio il blog di Sua Altezza la Principessa Neko, è tra i più spassosi della rete. L'avatar dell'autore, un orso ciccione appunto, è costantemente alle prese con la bastardissima gatta, vera protagonista delle strisce.

3- http://www.misya.info/

Mi è sempre piaciuto sperimentare nuove ricette di dolciumi, ma da quando frequento questo blog lo sto facendo molto più di frequente...e ho pure imparato a cucinare alcune ricette salate.
Ogni ricetta viene spiegata passo passo con l'ausilio (utilissimo!) delle fotografie.
Le spiegazioni sono semplici da seguire e il successo è assicurato :)

4- http://blog.libero.it/parolemaddalene/view.php?reset=1&id=parolemaddalene

Parole Maddalene è Laura: cara amica e validissima scrittrice di parole ipnotiche che sanno essere al tempo stesso sanguigne e raffinate. Leggetela.

5- http://urlapiedi.livejournal.com/

L'urlapiedi è un essere rompicoglioni come pochi. Però sa quel che scrive e lo fa con chiarezza e cognizione di causa. E poi è il mio Animale.

6- http://bustone.livejournal.com/

Il blog del Bustone è un mondo magico di mille personaggi strampalati, di filastrocche, di momenti esilaranti e parole sospese tra sogno e vita quotidiana.

7- http://b-trndl.deviantart.com/



Io lo dico da tempo che Bertrand farà strada. Spiegare le sue tavole sarebbe un po'come ucciderle: vanno viste e basta. Bkun ha un tratto personalissimo, è capace di mettere nero su bianco immagini che sembrano scaturire direttamente dai meandri dell'inconscio o da uno dei nostri peggiori incubi. E sì, è completamente pazzo.
(3 comments | Leave a comment)

Friday, August 1st, 2008

L'eleganza del riccio, Muriel Barbery

Un caso letterario in Francia, un successone anche in Italia.
La trama?
Due le protagoniste: Renee, cinquantenne portinaia di un condominio di appartamenti di lusso e Paloma, dodicenne depressa con tendenze suicide.
Personaggio misterioso, Renee. A un occhio superficiale appare come una portinaia come ce ne sono tante: bruttina e pure un po’zotica. Ma gli abitanti del palazzo non sanno che Renee recita una parte: se in pubblico il suo comportamento rivela una rassicurante semplicità, nella suo solitario privato coltiva quelli che sono i suoi amori: l’arte, la filosofia, il cinema.
Paloma è una ragazzina intelligente. Troppo intelligente per la sua scuola, troppo per una famiglia della quale il suo occhio cinico denigra la superficialità della sorella, la vigliaccheria del padre e la stupidità della madre. Se la vita è così mancante di senso, perché portarla avanti, si chiede la piccola Paloma. Ed è per questo che ha programmato con lucida convinzione, il suo imminente suicidio.
Sarà l’arrivo di un nuovo e raffinato condomino a far da ponte alle due anime affini: il signor Ozu, giapponese colto e ironico che rivoluzionerà le sorti di entrambe le donne.

Mi aspettavo di più da questo romanzo così osannato. L’eleganza del riccio fatica ad ingranare, diventando poi però un romanzo piuttosto piacevole nel complesso. Non è certo un capolavoro e difetta di parentesi filosofeggianti che a volte appaiono pesanti e forzate. Ciò che più mi ha perplesso è la saccenteria e lo snobismo di entrambe le protagoniste, ma in modo più irritante della improbabile ragazzina.
E poi il finale… ma perché scrivere un intero romanzo prendendo per mano il lettore e dandogli indizi che portano in una certa direzione per poi scombinare tutto? Certo si ottiene l’effetto sorpresa, ma a che prezzo se poi questo va a infingere sulla coerenza del messaggio?
Eppure mi spiacerebbe dover stroncare del tutto questa storia che ha comunque i suoi pregi e la capacità di emozionare mostrando la bellezza dei piccoli e piacevoli rituali, l’estasi che può provocare la perfezione di un brano musicale o di un quadro, la ricchezza che possiamo trovare negli altri, se solo la smettiamo per un attimo di parlarci addosso.

(10 comments | Leave a comment)

Thursday, July 17th, 2008

Memorie di una geisha, Arthur Golden

Nata con il nome di Chiyo in un piccolo e povero paese giapponese , Sayuri vive con la madre malata ormai in stato terminale, la sorella e il vecchio padre. Con tutta l’ingenuità di chi ancora sa poco del mondo là fuori, Sayuri vede nell’interesse del signorotto del paese nei suoi confronti, la prospettiva di un futuro più roseo tramite la sua adozione da parte di una famiglia più agiata.
Ma i sogni della ragazzina si scontrano presto con una più cruda realtà: Sayuri e la sorella vengono vendute, l’una destinata alla carriera di geisha, l’altra a quella più degradante della prostituta.
La vita di Sayuri cambia totalmente quando si ritrova catapultata nel mondo delle geishe, un mondo totalmente diverso da quello in cui lei era cresciuta: imparerà presto ad affrontarne le angherie, la disciplina, le rigide gerarchie, le rivalità e i soprusi…ma anche ad apprezzarne il fascino e l’elegante sfarzo.
Sayuri viene ribattezzata col proprio nome da Mameha, la geisha che diventando sua “sorella maggiore” diventerà la sua personale guida e promotrice.

Geisha in giapponese è sinonimo di artista. Il percorso di una geisha è fatto di studio della danza, della musica, del canto, dei rituali legati alla cerimonia del the. Nel mondo occidentale si tende spesso a confondere il ruolo della geisha con quello della prostituta, quando in realtà la geisha è più semplicemente un’intrattenitrice.
Il principale merito di Arthur Golden è quello di aver studiato a fondo la materia da manipolare per darle forma di romanzo. Per chi come me, ha poca simpatia per i saggi, questo romanzo è l’ideale per soddisfare le curiosità con il supporto amichevole di una storia piacevole e avvincente. La preparazione di Golden si avverte nella minuzia con cui vengono descritti gli ambienti, gli abiti, i ruoli, perfino gli odori. Uno stile preciso, quasi didascalico, guarnito però dalle frequenti ed efficaci similitudini con cui Sayuri, narrando in prima persona, arricchisce la propria tormentata storia.
Unico elemento debole dell’opera, è l’amore che Sayuri prova verso un uomo, il Presidente di una nota azienda, che nel momento di maggiore sconforto giovanile, le rivolge le uniche parole gentili che le siano arrivate all’orecchio. Golden riesce a caratterizzare diversi personaggi secondari rendendoli interessanti a chi legge (basti pensare al carattere difficile di Nobu o alla perfidia di Hatsumoto), ma tratteggia in maniera davvero superficiale il Presidente, rendendo così la storia d’amore di Memorie di una geisha, l’aspetto meno vivido e credibile del romanzo.
Interessante invece la collocazione temporale delle vicende: viviamo leggendo, l’ultimo periodo di fulgore delle geishe di Kyoto che cominceranno drasticamente a diminuire con la sconvolgente crisi legata alla seconda guerra mondiale: molte verranno destinate alla fabbrica, ai lavori manuali (come succede a Sayuri), altre saranno costrette a prostituirsi.
Tema ricorrente è il ruolo del destino: uno degli insegnamenti fondamentali che Sayuri trae dalla vita è che non ci si può sottrarre alla forza ineluttabile del fato, ma conviene semmai rassegnarsi a farsi trascinare dalla corrente. E anche la via che porta Sayuri a diventare una geisha è vista secondo quest’ottica fatalista; emblematiche da questo punto di vista le parole di Mameha: "Non si diventa geishe per avere un'esistenza piacevole, ma perché non si ha altra scelta"

(5 comments | Leave a comment)

Wednesday, May 7th, 2008

Pubblicità!


Questo è uno spudorato messaggio promozionale...
Nel forum di cui sono moderatrice sono cominciate le votazioni per decretare il vincitore della V gara di scrittura indetta. Il tema questa volta è "L'amore come ossessione".
Si tratta semplicemente del gusto di parteciparvi, di scrivere e di leggere: non si vince assolutamente niente se non il diritto di scegliere il tema della gara successiva.
Chi volesse farsi un giretto lo può fare qui:

http://forum.igz.it/showthread.php?s=&threadid=411616

E se votate anche, avrete tutta la mia gratitudine *^__^*

VOTANTONIOVOTANTONIOVOTANTONIO!
(14 comments | Leave a comment)

Friday, February 22nd, 2008

Orgoglio e pregiudizio

C'è ancora qualcuno che non conosce la trama?
Beh, magari sì, visto che io stessa ho letto questo libro alla veneranda età di 28 anni...

Il romanzo narra le vicende della famiglia Bennet, rispettabile famiglia inglese composta da padre, madre e cinque sorelle. Mrs Bennet è una donna frivola e dalle discutibili maniere il cui unico obiettivo è quello di dare in sposa le figlie, Mr Bennet si contraddistingue per il sarcasmo e l'ironia, mentre tra le figlie brillano l'intelligente Elizabeth e la dolce Jane; Mary è invece l'intellettuale moralista, Lydia e Catherine le più capricciose e superficiali.
La storia si apre con l'arrivo di un nuovo interessante vicino: si tratta di Mr Bingley, giovane e ricco gentiluomo che però si porta sempre appresso l'amico Darcy, un ragazzo arrogante e presuntuoso. Riuscirà Mrs Bennet ad appioppare una delle sue figlie a Bingley, un così buon partito? La risposta è...

42.
No, la risposta vera è chissenefrega. Massì, arrivata a metà di questa vicenda il dubbio cominciava a farsi palese: per quale motivo dovrebbe interessarmi un quesito del genere?
Che peccato non aver continuanto ad avere il bel ricordo che conservavo della scrittura di Jane Austen: a 15 anni lessi Emma e lo stile leggero, romantico e disimpegnato era riuscito ad allietarmi qualche ora.
Riprendendone la lettura adesso, non mi aspettavo certo di incontrare il capolavoro, eppure credevo che avrei soddisfatto le mie aspettative nella voglia di leggere un romanzo senza troppe pretese, dai dialoghi brillanti e con qualche personaggio fascinoso.
Ebbene, Orgoglio e pregiudizio è sì un romanzo senza pretese, ma solo a tratti risveglia l'attenzione del lettore con battute frizzanti...mentre i personaggi, secondo il mio personale punto di vista, mancano totalmente di attrattiva.
Ok, ce ne sono alcuni su cui la Austen ha volontariamente deciso di attirare l'antipatia del lettore: basti pensare ai discorsi fuori luogo di Mrs Bennet, il comportamento ruffiano di Mr Collins, l'incosciente superficialità di Lydia... ma la caratterizzazione è così calcata da far risultare i personaggi inverosimili al limite di macchiette.
E i personaggi cosiddetti "positivi"? Jane è buona. Tanto buona. E' buona come Topolino. Per questo è quella che ho meno sopportato.
Elizabeth è l'eroina che cambia idea ad ogni soffio di chiacchiera, Darcy è l'uomo che dichiara il suo amore con uno squallore da guiness dei primati...Una cosa del tipo "Ero troppo tormentato perchè in confronto a me tu sei una morta di fame con una famiglia di cacca, ma suvvia, ti amo lo stesso". E il genio si stupisce che lei lo rifiuti.
Ma tra l'altro perchè si innamora di Elizabeth se lei non fa altro che denigrarlo?Masochista il ragazzo.
Parliamo del finale. Inutile specificare che tutti alla fine vivano felici e contenti, ma cribbio, mi aspettavo un minimo più di vitalità in questa coppia che dopo 250 pagine (finalmente!) si scopre felicemente innamorata. Macchè.
L'aggettivo che mi pare meglio descrivere la scena è ASETTICO. E sì, mi rendo conto che il romanzo sia datato 1813, ma senza andare a scomodare il cinquecentesco Shakespeare, i personaggi delle sorelle Bronte risultano un pizzico più vivi rispetto a questi che sembrano far da contorno al vero nocciolo della storia: le buone maniere, lo status symbol, gli inchini, l'etichetta.
Adios, Jane Austen.
(24 comments | Leave a comment)

Tuesday, July 31st, 2007

Paura di volare, Erica Jong

"Tutti i problemi più importanti della storia impallidiscono davanti a queste due presenza cosmiche: l'eterno femminino e l'eterno cazzo moscio [...]
Era quella la disuguaglianza fondamentale che non si poteva annullare: non che il maschio aveva una meravigliosa attrazione in più di nome pene, ma che la femmina aveva una fantastica figa a prova di bomba. Non c'era tempesta, tormenta o cataclisma che potesse metterla fuori uso. Era sempre lì, sempre pronta, sempre all'erta. Una cosa terrorizzante, se ci pensate bene. Non c'è da meravigliarsi che gli uomini odino le donne. Non c'è da meravigliarsi che abbiano inventato il mito dell'inadeguatezza femminile"

Ma gh.
(28 comments | Leave a comment)

Thursday, June 28th, 2007

Il fasciocomunista, Antonio Pennacchi

Accio Benassi nasce a Latina, in una famiglia assai numerosa con un padre assente e una madre parziale e severa. I rapporti con i fratelli poi (tutti con un nome che richiama personaggi delle opere liriche) non sono dei migliori basati come sono su dispetti e litigate.
Trascorsa l'infanzia in un seminario, il giovane Accio vede la sua voglia di approfondire il latino mortificata dal divieto della madre che lo spedisce invece a studiare come geometra. Dopo una fuga di casa fallita dopo appena una notte, Accio trova conforto nella passione per la politica militando come fascista nel pieno periodo caldo dell'Italia della fine degli anni sessanta...

Mi sono buttata sul romanzo di Antonio Pennacchi subito dopo aver visto il film di Luchetti "Mio fratello è figlio unico". Se il film non faceva gridare al capolavoro, io l'avevo comunque molto apprezzato: si raccontava la storia interessante del rapporto di amore e odio tra due fratelli molto diversi tra loro. E si passava pure sopra ad alcuni passaggi un poco superificiali e un finale improbabile, anche grazie alla bravura di uno degli attori protagonisti, Elio Germano.
Avevo insomma delle aspettative rosee, aspettative che non avrei comunque dovuto avere, nella consapevolezza che romanzo e cinema sono due linguaggi profondamente diversi.

Ma credo comunque che preconcetti o meno, Il fasciocomunista sia fondalmentalmente un libro bruttino. Non si salva la scrittura che oscilla tra il temino scolastico e l'imitazione di un simpatico (?) parlato. Non si salva il protagonista che solo in alcuni sprazzi di solitaria e sfigata adolescenza riesce ad attirare le simpatie del lettore. Per il resto non si capiscono bene le motivazioni di questo inquieto vagabondare tra le più varie correnti politiche...troppo leggermente lo si fa passare dalle file del fascismo al comunismo più estremo. è un cambiamento troppo frettoloso che non regge neanche, ad esser buoni, volendo ipotizzare il preciso intento di Pennacchi di presentarci il ritratto di un giovane particolarmente confuso.
Purtroppo non si salvano neanche i personaggi secondari che appaiono e scompaiono nel giro di poche pagine senza che l'autore riesca, a mio parere, a focalizzarli in maniera efficace.
Insomma, il romanzo si snoda per lo più elencando tutta una serie di azioni e pestaggi degli schieramenti rossi e neri, illuminandosi solo a tratti di ironia per poi ricadere immancabilmente nella solita...noia.

(7 comments | Leave a comment)

Friday, June 22nd, 2007

Col corpo capisco, David Grossman

David Grossman, conosciuto soprattutto per “Che tu sia per me il coltello” e per il deludente “Qualcuno con cui correre”, è l'autore, di origine israeliana, dei due racconti lunghi che hanno entrambi il medesimo titolo dell'opera che li contiene: "Col corpo capisco".

Shaul si rivolge alla cognata Esti per un aiuto: ha bisogno di fare un viaggio e vuole che lei lo accompagni. Cosa vuole da lei quest’uomo per cui ha sempre provato antipatia? Sono quasi due estranei, eppure dal silenzio e dall’abisso che li separa sgorga la voce di Shaul che comincia a raccontarsi, a raccontare il suo dramma e parla senza vergogna, come se lo facesse a se stesso, di qualcosa che non ha mai detto a nessuno. Da anni ormai Elisheva, la sua adorata moglie Elisheva, ha una doppia vita, lo tradisce con un uomo, Paul che è il suo unico grande amore. E non può niente Shaul per contrastare questa passione: è un legame forte, troppo forte…
Shaul dipinge per gli occhi di Esti le poche ore che i due amanti passano insieme: lo sguardo del marito è quello di uno strambo voyeur che soffre, ma nello stesso tempo non riesce a non guardare: sono immaginati, cantati, detestati, tutti i particolari di un amore odiato perché gli porta via l’amata e ammirato nella sua irraggiungibile perfezione.

Via via che si procede nella lettura ci si rende conto che il dolore di Shaul poggia su un castello di cartapesta: tutto ciò che racconta è frutto della sua malata immaginazione. Eppure non c’è nessun tentativo da parte di Esti di mostrargli il vero volto della realtà; il suo dolore poggia su delle bugie, ma è tremendamente reale… Si nutre di un mondo falso, ma cosa importa se distrugge ugualmente? Ormai per gli occhi malati di Shaul la storia che lui stesso ha creato è molto più reale del reale…

Rotem ha scritto il suo primo romanzo e lo legge ad alta voce a sua madre che piano piano muore di un male incurabile. Rotem odia sua madre, eppure il suo romanzo ne racconta la storia. Molti anni prima la madre ha avuto uno strano rapporto con un ragazzo ; la ragazza non ne sa molto, sa solo che a un certo punto lui è scomparso e sua madre ne ha sofferto. Kobi, questo è il nome del ragazzo, le ha rubato la madre, ha preso le carezze che dovevano essere destinate a lei soltanto. La vicinanza tra le due è voluta da questa morte non ancora avvenuta, ma che ormai è una presenza ossessiva per entrambe, madre e figlia. Rotem vorrebbe sapere se ciò che ha scritto si avvicina almeno un poco alla realtà. Sua madre non glielo rivelerà mai. Importa quale sia il vero se la parola, la fantasia hanno creato una riconciliazione?
Ciò che accomuna le due storie è proprio il potere dell’immaginazione, la forza di una comprensione che ha più a che fare col corpo, con il nostro istinto che con la ragione e che può portare sia all’autodistruzione che a una più matura accettazione di sé e dell’altro.

(1 comment | Leave a comment)

Thursday, March 29th, 2007

Il cacciatore di aquiloni, Khaled Hosseini


C'è stato un tempo in cui il cielo di Kabul traboccava di mille variopinti uccelli di carta.
Amir vive a Kabul con suo padre, Baba, un ricco commerciante di etnia pashtun la cui moglie è morta dando alla luce il figlio. Forse è per questo che Baba tratta Amir con tale freddezza e indifferenza, forse è per questo che Amir deve così tanto faticare per un segno di approvazione, perchè suo padre sia orgoglioso di lui, perchè suo padre semplicemente lo ami. Grande è lo sconforto di Amir nell'apprendere quanto sia distante dall'immagine del figlio ideale che Baba voleva... perchè non è forte, perchè al calcio preferisce immergersi nei libri, nelle sue fantasticherie di futuro scrittore.
Amir cresce insieme ad Hassan, ragazzino hazara (appartenente cioè a un'altra minoranza etnica sciita) che è servo della casa insieme al padre, Ali. Hassan ha tutte le qualità che invece mancano ad Amir: sincero e coraggioso, serve l'amico con una lealtà di cui lo stesso Amir non si capacita. E un giorno la vita cambia per entrambi. Amir, nel tentativo disperato di conquistarsi l'affetto del padre, si macchia di una colpa ai danni di Hassan, colpa che lo perseguiterà per tutta la vita. L'amicizia che li legava, si spezza, macchiata dal rimorso di Amir, dal suo sentirsi cattivo, indegno dell'amicizia del piccolo Hassan. La storia poi, li dividerà per sempre: in seguito all'invasione russa Amir e Baba partono per gli Stati Uniti. Molti anni dopo, quando Amir avrà trovato una sua stabilità familiare ed economica, una telefonata dall'Afghanistan lo riporterà dolorosamente indietro nel tempo...

Il cacciatore di aquiloni è il primo romanzo di Khaled Hosseini, scrittore afghano figlio di diplomatici, da anni trapiantato negli Stati Uniti.
Le pecche di questo romanzo sono piuttosto evidenti: meglio non accostarsi a un libro di questo tipo se ci si aspetta un romanzo storico, in quanto le vidende afghane sono trattate in maniera piuttosto superficiale e sbrigativa. Di forte impatto invece, la descrizione del ritorno a Kabul: Amir, ormai adulto, ritrova il proprio paese di origine ormai irriconoscibile: uno scenario apocalittico che purtroppo siamo ormai abituati a vedere in televisione. Altri segni dell'inesperienza dell'autore sono le trovate in alcuni casi ingenue o prevedibili, in altri al limite della credibilità...Trovate che inevitabilmente fanno scivolare la vicenda nei toni di un romanzo di avventura per ragazzi (per chi ha già letto il libro: ma insomma, quale talebano rischierebbe volontariamente la vita in una lotta corpo a corpo?).
Eppure.
Eppure il romanzo riesce comunque a prendere per la capacità di Hosseini di costruire una vicenda appassionante per via della sua scrittura estremamente scorrevole...e riesce anche a commuovere per la delicatezza con cui sono trattati i temi più intimistici. Se la bontà di Hassan risulta a tratti inverosimile, è toccante il percorso interiore di Amir: il dolore per la mancanza dell'amore paterno, l'invidia, la colpa e la seguente espiazione.
Toccante la scoperta del vero volto di suo padre: non più l'eroe senza macchia che risultava ai suoi occhi di bimbo, ma semplicemente un uomo. Un uomo con i tuoi peccati e le sue colpe nascoste.
Il cacciatore di aquiloni è essenzialmente questo: una storia di espiazione, del percorso di un uomo che sceglie di ripercorre all'indietro la propria storia, di ritrovare le proprie origini, per poter perdonare se stesso e ricominciare a vivere in modo più autentico.

L'incipit:
"Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto."
(15 comments | Leave a comment)

Sunday, November 19th, 2006

Paradise for all, Alessio Romano - Lasciami andare, Federica De Paolis



Ci troviamo alla scuola Holden. Il ritmo delle lezioni viene drammaticamente sconvolto dalla morte di Elena, la ragazza più intelligente, più figa, più sensuale della scuola. Matteo, che era perdutamente innamorato di lei, sconvolto dalla notizia (oddio, sconvolto… gli viene solo un pizzico di nausea..) decide di mettersi sulle tracce del misterioso assassino.

Forse sono particolarmente esigente, ma credo che Alessio Romano sbagli già in partenza: perché mai utilizzare personaggi realmente esistenti e particolarmente noti come Alessandro Baricco e Sandro Veronesi? In particolare Veronesi diventa uno dei personaggi più importanti della vicenda in quanto maggior indiziato dell’atroce delitto. E’ probabile che se il romanzo fosse circolato solo all’interno delle mura holdeniane, l’idea sarebbe risultata un buon pretesto per una risata sottobanco. Ahimè, a noi lettori questa risata Romano non riesce a strapparla ed il suo Paradise for all non è altro che un pasticcio in cui una situazione poco credibile ne rincorre un’altra.
Non riesco a salvare niente di questo romanzo che fortunatamente non ho comprato, ma solo preso in prestito: né i personaggi insipidi, né la scrittura da liceale. E il nome dell’assassino è facilmente intuibile già da metà romanzo. Bah.

Un buon libro è quello che ti porta a farti delle domande.
Temo ci sia però qualcosa che non funziona se, arrivati alla fine di questo romanzo, il dubbio che sorge spontaneo sia “Alessio Romano…Ma che caspita l’ hai frequentata a fare la scuola Holden?”. Niente che abbia una vaga ombra costruttiva, insomma.




Ancora sconsolata per via della scrittura di Alessio Romano, quella di Federica De Paolis è stata una piacevolissima sorpresa.
Nicola ha trentasette anni, vive a Roma, ha un buon lavoro da antiquario e una moglie, Marianna, da invidiare: intelligente, brava a letto, dal carattere forte. La vita di Nicola sarebbe scorsa via senza particolari scossoni se non fosse stato per il dramma di appena due anni prima: Paolo, il suo gemello, viene ritrovato morto per overdose.
E poi Nicola incontra Giulia: giovane, bellissima, intrigante e misteriosa. Un solo sguardo, una subitanea intesa e tutte le certezze crollano giù. Il matrimonio con Marianna appare come una gabbia, una catena fatta di giornate tutte uguali, di una complicità che annoia, di scopate l’una identica all’altra. Uguale, tutto uguale.
Giulia è la giovinezza, è il brivido dell’incerto, l’adrenalina che ti fa sentire vivo.
Che fare, allora? Gettare al vento la sicurezza di un porto sicuro per buttarsi nell’affascinante novità?
O rinunciarvi e rischiare piuttosto di vivere una vita da morto?
Non è un tema nuovo quello che ci propone la De Paolis nel suo “Lasciami andare”; si tratta in fondo dell’intramontabile triangolo. Ciò che però impreziosisce questo romanzo è una scrittura matura, che indaga, scava in maniera approfondita nei suoi personaggi con precisione quasi dolorosa. Farà del male a te, moglie perfetta, perché alla base del tradimento non c’è necessariamente una logica che combina una causa con un effetto. Farà del male a te, giovane amante che probabilmente altro non sei che l’appagamento di un’infantile insoddisfazione.
E ci si chiede se è questo il meccanismo naturale… Se alla fine è “normale” la ricerca di altro al di fuori della coppia, se è inevitabile arrivare all’insoddisfazione, alla noia.
Federica De Paolis toglie i veli alle meccaniche dell’amore, quindi, ma ci parla anche di morte. La scomparsa del gemello Paolo è un lutto irrisolto per l’instabile Nicola e la presenza di questo pesante fantasma percorrerà come un filo rosso l’intera drammatica vicenda, dall’inizio alla fine:

"Quando ti tieni il dolore dentro, è come se vivessi in apnea. Stai rimandando in eterno il momento in cui soffrirai. E'come una partita a flipper dove l'unica cosa che conta è far sì che la pallina non cada giù. E allora non ti distrai mai. Passi le giornate a tirare, tirare, tirare. Con la pallina che rimbalza da un punto all'altro. E poi d'un tratto, cade in buca. E fa male. Perchè è come prendere atto c'è da piangere, da soffrire."
(17 comments | Leave a comment)

Thursday, September 14th, 2006

"Eureka street", Robert McLiam Wilson

Jake, trentenne cattolico, dal passato burrascoso e violento addolcito dalla presenza dei genitori adottivi, è uno spiantato che non sa tenersi un lavoro e una donna, senza peli sulla lingua e dal cazzotto facile.
Chuckie, grasso sfigato protestante, ha un sogno: fare una barcata di soldi. E ci riuscirà grazie alla sua stramba inventiva, dei metodi non troppo leciti e un tocco di fortuna che contribuirà a rivoluzionargli la vita…

"Eureka street", terzo romanzo di Robert McLiam Wilson, ha come tema principale la vita di questi due ragazzi irlandesi, eppure a ben vedere non è Jake il protagonista di questa storia e non lo è neanche Chuckie. La vera protagonista è Belfast, tant' è vero che l'intero romanzo potrebbe considerarsi un'ode a questa città così tristemente nota per la violenza dei suoi attentati, per la folle guerra tra cattolici e protestanti.
McLiam Wilson dedica alla descrizione della crudeltà delle esplosioni poche, ma intense pagine: seguiamo con lo sguardo una bella ragazza dai capelli ribelli, ne spiamo i pensieri, il gioioso amore, la scoppiettante sensualità appena sbocciata. E poi l'esplosione. E dell'incanto e la tenerezza di quei pensieri non rimane che una macabra scena di corpi dilaniati.
Wilson ci racconta la sua Belfast con lo sguardo gelido di una cinepresa che indugia spietatamente sui resti dei morti, l'orribile spettacolo della vita profanata avvelena la città, la violenta, la priva dei suoi figli, di quelle storie che sarebbero diventati lunghi romanzi e a cui si è invece imposta un'assurda fine, come una frase lasciata a metà.
E chi si salva ha per sempre l'anima inquinata da ciò che gli occhi hanno visto:
"Quella notte tutti furono accomunati da un singolare fenomeno: mentre bevevano una tazza di caffè, si lavavano i denti, guardavano un film o chiudevano a casa la porta di casa, pensarono Com'è strano questo gesto dopo quello che ho visto."
Ma il registro realista non è quello predominante; si tratta di una scrittura in bilico tra l'ironico e il sarcastico specie quando si mette in luce quanto sia ridicolo e privo di senso l'odio di entrambe le parti coinvolte.
Le pagine di questo romanzo ci raccontano la miseria di Belfast, la violenza a cui gli abitanti della città quasi si assuefanno non riuscendo più a vedere i drammatici contrasti con la stessa incredulità di chi li vede da fuori:
"La cosa drammatica è che i nordirlandesi protestanti (scozzesi) pensano di essere uguali ai cittadini britannici, mentre i nordirlandesi cattolici (irlandesi) pensano di essere uguali agli altri irlandesi, i cittadini dell'Eire. La cosa ridicola è che ogni sostanziale differenza tra protestanti e cattolici è svanita da un pezzo e i nordirlandesi ormai, cattolici e protestanti che siano, sono soltanto nordirlandesi (e quindi né scozzesi né irlandesi). Il mondo ne è consapevole e di conseguenza assiste perplesso a tanta ostinata violenza fratricida, ma la gente di queste parti non riesce proprio a capirlo."
Mi piace lo sguardo innamorato di Wilson per la sua Belfast e per ciascuna delle vite che la popolano: la città è crocevia di storie e "anche la persona più noiosa e ordinaria è un racconto che non teme il confronto con la trama più bella e più ricca di Tolstoj."

La copertina dell'edizione di cui sono in possesso definisce pomposamente Eureka street come "un grande capolavoro". Ebbene, Eureka street non è un capolavoro...ha le sue evidenti pecche: a volte si crogiola nel buonismo di alcuni atti eroici dei suoi protagonisti e il finale risulta essere prevedibile già dalla metà del romanzo. Ma vale comunque la pena di intraprendere la lettura per via della piacevole scrittura e soprattutto per i personaggi che rimangono nel cuore e a cui facilmente ci si affeziona.
La tolleranza della maggior parte degli abitanti di Belfast non fa notizia, ma c'è. È silenziosa, ma respira nelle vite di tante semplici e affascinanti esistenze delle quali Eureka street vuole essere testimonianza.



(6 comments | Leave a comment)

Sunday, July 2nd, 2006

Camere separate, Pier Vittorio Tondelli

"Anche la Madonna aveva portato, appena adolescente. Una statua issata su un trono di legno massiccio. Aveva ricevuto un solo cambio lungo la durata del percorso e la spalla su cui poggiava l’asta gli faceva male, il braccio era indolenzito, le gambe non lo reggevano più. Si sforzava di tener duro vedendo che gli altri ragazzi stringevano i denti. […]
Chiese ancora una, due volte, perché non arrivassero a dargli il cambio, ma aveva capito benissimo che non ci sarebbe stato nessun aiuto. Gli venne da piangere e continuò ad avanzare, barcollando, e continuava a dirsi non ce la farò mai, non ce la farò mai, ma quello che lo terrorizzava non era tanto il dolore fisico, che era acutissimo, sfibrante –sentiva il legno della staffa penetrargli nella carne- ma era proprio la vergogna. Se avesse mollato, nessuno dei suoi compagni l’avrebbe più guardato, sarebbe stato ancora una volta il debole, il piagnone, l’emarginato. Non avrebbe avuto più amici. Nessuno, a scuola, gli avrebbe parlato e nelle partite di basket, all’oratorio, tutti lo avrebbero schernito. Allora cercò di farsi forza perché non aveva altra scelta: non poteva abbandonare, e non poteva assolutamente continuare. Quando finalmente, in chiesa, lo sollevarono dal peso di quell’effige per anni e anni avrebbe poi maledetto, lui non si sentì come gli altri, fiero di avercela fatta, stremato ma soddisfatto per aver portato a termine l’intero percorso, ma si sentì profondamente umiliato, proprio ferito nell’intimo, per essere stato costretto a sopportare qualcosa contro la sua natura, per essere stato costretto a dimostrare agli altri la cosa più stupida e insignificante di questo mondo, e cioè che lui era uguale a loro."

(13 comments | Leave a comment)

Sunday, June 25th, 2006




La stuoia di palma, romanzo di Victor Ramirez è un fiume di parole sgorganti da un narratore in vena di ricordi, al quale si è chiesto di raccontarci la sua storia. Pare di sentire la voce di uno di quegli anziani del sud che a raccontarti la sua esistenza la infarcisce di cento altre storie, una per ogni volto del piccolo paese in cui vive. Un romanzo corale quindi, fatto di pettegolezzi, di religiosità, dei divertimenti popolari e grezzi della periferia, di amori impossibili e passionali e di un amore, in particolare, che è la rivincita di una donna, di una moglie che rinasce alla morte del violento marito, una felicità sconveniente sotto gli occhi sbigottiti del paese.

Scrive il curatore e traduttore Sergio Alasia:

"E'un romanzo traboccante di scene tragicomiche, gesta eroiche, vicende grottesche e inverosimili, aneddoti insoliti, narrati a un ritmo incalzante e sempre con una buona dose di ironia: storie popolate da un'estesa schiera di personaggi dai nomi stravaganti, che sono ritratti sullo sfondo di un paesaggio a tratti verde e rigoglioso di piantagioni di papaie, bananeti e palmeti, ma più spesso arido, polveroso e quasi sempre ostile. Fin dalle prime righe il lettore si ritrova sospeso in un alveo di simpatia, che si va creando tra la voce del vecchio, che narra, e gli occhi non sempre innocenti del bambino, che osserva ogni minimo particolare perchè costretto a stare in casa per lunghi periodi di convalescenza, affetto da una malattia senza nome"

Questo romanzo è un regalo..e scartare questo pacchetto che arrivava da Barcellona è stata un'emozione. Mi hanno riportato un po'indietro nel tempo, quando queste parole erano ancora lavoro di tesi, traduzione accurata di un amico caro, e-mail stampate per poter leggere con più attenzione, pagine sparse per la mia stanza. E che meraviglia che quel lavoro visto crescere sia diventato carta rilegata, il romanzo che mi è finito tra le mani...Grazie, Gabbiere :)

Il sito della casa editrice:
www.edest.it
(1 comment | Leave a comment)

Saturday, June 10th, 2006

Ristorante al termine dell'universo

Il secondo capitolo della saga di Adams si rivela molto piacevole, anche se a mio parere inferiore al primo.. Il robot depresso Marvin si conferma essere il mio personaggio preferito..
Questo blog era nato in origine anche per raccogliere le citazioni dei libri che via via avrei letto; visto che poi non l'ho mai fatto colgo l'occasione adesso per proporre un paio di assaggi...

Assaggio numero uno:

A ben analizzare, si vedrà che : a) chi più di ogni altra cosa desidera governare la gente è, proprio per questo motivo, il meno adatto a governarla; b) di conseguenza, a chiunque riesca di farsi eleggere Presidente dovrebbe essere proibito di svolgere le funzioni proprie della sua carica, per cui: c) la gente e il suo bisogno di essere governata sono una gran rogna
(quest'uomo è saggio)

Assaggio numero due:(In questo brano il protagonista, Artur Dent, ha appena rinunciato a insegnare come si gioca a Scarabeo a una tribù di indigeni..)

Raccolse la lettera Q e la scagliò contro un lontano cespuglio di ligustro, dove colpì un coniglio. Il coniglio fuggì terrorizzato e non si fermò che quando fu assalito da una volpe, che lo divorò, divorandolo si strozzò con una delle sue ossa e morì sulla riva di un torrente che in seguito ne trascinò fra le sue acque i resti.
Nelle settimane successive Ford Perfect lasciò da parte il suo orgoglio e tornò frai i Golgafrinchani, dove trovò una ragazza che sul suo pianeta era stata capo del personale di un'azienda. Allacciò con lei una relazione e rimase sconvolto quando lei all'improvviso morì per avere bevuto da una pozza dell'acqua che era stata inquinata dal cadavere di una volpe. L'unica morale che si può trarre dalla storia è che uno non dovrebbe mai scagliare la lettera Q contro un cespuglio di ligustro, ma ci sono casi in cui, purtroppo, può anche succedere.

(gh, quest'uomo è folle..)

(10 comments | Leave a comment)

Thursday, May 18th, 2006

Cos’è che Gesù NON farebbe?



Victor Mancini è un giovane, medico mancato sessodipendente che frequenta gli incontri di terapia di gruppo per rimediare rapporti con altre ninfomani come lui.
Non è proprio uno stinco di santo Victor Mancini.. tanto che la sua filosofia di vita si basa sul motto “Cos’è che Gesù NON farebbe?”.
Ha un lavoro come figurante in una ricostruzione di un villaggio di Padri Pellegrini che riproduce esattamente consuetudini e abiti del 1734. Ma per racimolare altri soldi, il mestiere di Victor è soffocare. Ogni sera sceglie un ristorante diverso della sua città e inscena lo stesso spettacolo tutte le volte: fa finta che un boccone gli blocchi la respirazione. Qualcuno verrà a salvarlo, Victor riprenderà a respirare, comincerà a piangere come un bambino e quel qualcuno si sentirà un eroe. E sarà Victor ad aver salvato la vita al suo salvatore. Lo avrà reso fiero di sé, avrà dato un senso a un’esistenza, avrà regalato qualcosa di cui poter raccontare.
E cosa non da buttar via, chi lo avrà salvato lo tratterà poi come un figlio aiutandolo economicamente.
E i soldi sono necessari, soprattutto se tua madre è completamente matta e servono dollari a tonnellate per mantenerla in una casa di cura. Ida Mancini. La donna che faceva “terrorismo cosmetico” scambiando le boccette di tintura nelle scatole dei supermercati, una pazza. O forse semplicemente una donna che cercava di insegnare al proprio figlio come riuscire a emozionarsi in un mondo ormai rinchiuso in gabbie di leggi, preconcetti, rigidi schemi.

Palahniuk coinvolge con una scrittura scorrevole dal linguaggio, duro, esplicito, blasfemo.
E nonostante i temi ed i messaggi non proprio rassicuranti, Palahniuk riesce ad essere incredibilmente divertente. Più volte mi sono ritrovata a sorridere nella lettura di scene esilaranti di umorismo grottesco.
E diverte anche il paradosso, lo scivolare della trama in pieghe del tutto improbabili e lontane da alcun criterio di verosimiglianza.
A leggere alcune delle pagine di Palahniuk si ha la stessa sensazione di quando, trovandoci davanti a uno spettacolo macabro in tv, non si riesce a distaccare lo sguardo pur volendolo. Attrazione e disgusto insieme. Solo che qui non c’è nessuna scena splatter da sostenere, solo uno sguardo lucido sulla bassezza dell’animo umano. Palahniuk ci dice quanto sia cattiva la vita, ci dice che non esistono vie di fuga, niente ci salva “da quel vizio che ci ucciderà che è vivere.” Soffocare è un romanzo sulle dipendenze ovvero tutti quei palliativi, quelle consolazioni che ci riempiono la vita. Tutti hanno una dipendenza. Il fumo, l’alcool, il sesso. O l’amore.
L’amico di Victor si chiama Danny, sessodipendente come lui. E per guarire dalla sua malattia si mette a raccogliere pietre. Una per ogni giorno in cui non si ammazza di seghe. E Danny comincia a tirare su un’immensa costruzione con le pietre che via via raccoglie. Non importa cosa ci costruirà, l’importante è che il lavoro lo tenga impegnato. Non importa quello che stai facendo, il tuo scopo. È importante il percorso, perché non resti fermo a pensare, perché tu faccia qualcosa, qualunque essa sia purchè sia un modo per distrarsi dal vuoto che ci mangia dentro.



La citazione:
Dopo aver fatto sesso i cani rimangono bloccati l’uno dentro l’altra, e per un tempo generalmente breve non possono fare altro se non restare in quella posizione infelice. La mamma disse che la descrizione poteva adattarsi perfettamente a buona parte dei matrimoni.
(21 comments | Leave a comment)

Saturday, May 13th, 2006

Quarantadue!



In un qualsiasi giovedì sulla Terra, la casa di Arthur Dent sta per essere demolita. E il suo proprietario non è proprio entusiasta della cosa, no.. Tanto che decide di sdraiarsi per terra per impedire il lavoro degli incombenti bulldozer.
Per quanto strano, la demolizione della propria dimora non rappresenta il principale problema del nostro Arthur Dent. Questo è solo l’inizio dei suoi problemi. Ma si ritenga fortunato visto che il suo amico Ford Perfect è in realtà un alieno..e neanche un alieno qualsiasi visto che si tratta di uno degli autori della utilissima e aggiornatissima Guida galattica per autostoppisti. Ford Perfect sa che il mondo sta per subire la stessa sorte della casa di Arthur Dent: la Terra sta per finire e Ford ha intenzione di salvare l’amico dall’imminente catastrofe…

Guida galattica per gli autostoppisti, romanzo cult di Douglas Adams, è il primo episodio dei cinque che compongono la saga incentrata sui viaggi stellari di Arthur Dent e Ford Perfect. La Guida è una brillante parodia del genere fantascientifico: ogni capitolo è un’insolita trovata, ogni pagina strappa un sorriso.Un libro di una comicità irresistibile, tocchi di nonsense e soprattutto rivelazioni importanti. Sappiate che se leggerete questo libro scoprirete che se i delfini si dilettano in mille capriole forse non è semplicemente per ricevere in cambio del pesce.. Magari è perché vogliono dirvi qualcosa che voi, miseri esseri umani, non siete in grado di capire.
Sappiate che se leggerete questo libro, guarderete d’ora in poi con un po' di sospetto i topolini, specie quelli da laboratorio, chiedendovi magari cosa si cela veramente dietro al loro perpetuo girare nelle loro ruote..
Sappiate che se leggerete questo libro scoprirete infine che la risposta al significato ultimo della vita e dell’universo è…
(34 comments | Leave a comment)

Friday, February 10th, 2006

Il codice Da Vinci, Dan Brown

Arrivo tardi a leggere Il codice da Vinci: mi accade spesso di perdere l’interesse verso i libri che diventano casi letterari, le tante parole sprecate su un oggetto mi portano facilmente dal desiderio alla nausea. Adesso che il clamore si è leggermente placato ha vinto la curiosità e la voglia di poter parlare di questa storia con cognizione di causa e non, come fanno in tanti, snobbando senza aver letto una pagina. “Mio fratello è figlio unico” direbbe Rino Gaetano.

Robert Langdon è un celebre studioso americano di simboli che si trova a Parigi per una serie di conferenze. Il suo soggiorno si rivelerà essere tutt’altro che rilassante: il custode del Louvre, lo studioso Jacques Sauniere, viene assassinato proprio all’interno del museo. L’anziano signore, viene ritrovato nella posa dell’uomo vitruviano di Leonardo; accanto al suo corpo c’è una strana scritta che pare un indovinello e un inaspettabile monito: “trova Robert Langdon.” Robert, che diventa così il maggiore indiziato viene aiutato a fuggire dalla crittologa Sophie. Le parole di Sauniere hanno un valore incommensurabile: hanno l’obiettivo di trasmettere un grande segreto riguardante il Santo Graal…

Una cosa è certa. Il codice da Vinci non entrerà nelle antologie della letteratura… Dan Brown ha una scrittura molto semplice che non ha nessuna particolarità rilevante. Il romanzo però invita alla lettura, è stuzzicante e sa mantenere viva l’attenzione. Si tratta quindi di un thriller ben fatto , una storia di fantareligione piuttosto piacevole pur se condita da alcune situazioni improbabili e collegamenti spesso forzati: intendiamoci, sicuramente c’è del vero in ciò che scrive Brown: effettivamente la Bibbia ha tramandato nei secoli solo le informazioni che si voleva far tramandare, oscurando quelle che potevano generare eresie. E risultano molto interessanti tutte le teorie sul rapporto di Gesù con la Maddalena e in generale sulla scomparsa nella storia del femminino sacro. Peccato che lo scrittore americano calchi un po’troppo la mano in alcuni punti arrivando a scrivere che il colore dei capelli della Sirenetta rimanda al rosso della chioma della Maddalena… Personalmente più che convincere, certe affermazioni fanno sorridere.
Ma la mia intenzione è del tutto lontana dal volere smentire o lodare gli intenti di Brown. Quello che credo è infatti che ci sia un grande equivoco nell’atteggiamento che molti lettori hanno avuto nei confronti de Il codice da Vinci. L’impressione è che ne sia stata fatta una seconda bibbia con un fanatismo che ha dell’incredibile. Spuntano ovunque libri che vogliono spiegare il codice, libri pro-codice e libri che addirittura si prendono la briga di smentirlo. Ovviamente si tratta di semplici logiche del mercato, sistemi che però si basano sulla tendenza a prendere le parole di Brown come oro colato dimenticando che la sua opera è solo un piacevole romanzo.


(12 comments | Leave a comment)
Previous 20